27 Settembre 2011

La class action guarda alle banche

MILANO La class action inizia a farsi strada. Finora una sola azione collettiva era stata dichiarata ammissibile (quella presentata al tribunale di Milano dal Codacons contro Voden medicale instruments spa per i test contro l’ influenza A rivelatisi inefficaci), ma ora è arrivata la pronuncia più rilevante. A proposito di una banca, Intesa Sanpaolo, e per una questione di largo interesse come la commissione sullo scoperto di conto corrente. A pronunciarsi, con ordinanza, è stata la Corte d’ appello di Torino che ha ribaltato il verdetto emesso dal tribunale nell’ aprile scorso. I giudici hanno dichiarato l’ ammissibilità della class action avviata da tre correntisti attraverso l’ associazione Altroconsumo e rinviato al tribunale per la decisone delle modalità con le quali andrà effettuata la pubblicità dell’ azione collettiva. La difesa di Intesa Sanpaolo aveva cercato di bloccare sul nascere l’ azione, sostenendo, tra l’ altro, l’ impossibilità per l’ associazione di rappresentare in giudizio gli interessi e le pretese dei tre correntisti. La Corte d’ appello fa notare, però, la specificità dello strumento introdotto due anni fa nell’ ambito del Codice del consumo: l’ azione collettiva prevista dal decreto legislativo n. 206 del 2005 deve essere considerata «quanto a legittimazione attiva della parte proponente ed a modalità di assunzione dell’ iniziativa (se in proprio od anche attraverso un’ associazione o un comitato) in un’ ottica, quanto al rapporto tra rappresentato ed ente rappresentante, irriducibile a quella prevista dall’ articolo 77 del Codice di procedura civile». Tenuto conto della specificità della tutela, il rapporto tra componente della classe e associazione riguarda il piano della rappresentanza processuale semplice «riconducibile secondo taluno al genus della rappresentanza tecnica, in qualche modo assimilabile alla procura alle liti, sotto il profilo dell’ ausilio tecnico nella gestione della lite di massa, senza alcuna interferenza sulla titolarità, nè sulla disponibilità del rapporto sostanziale dedotto con l’ azione risarcitoria». Via libera, inoltre, alla coesistenza in giudizio sia dei correntisti sia dell’ associazione, visto che al rappresentante di Altroconsumo non è attribuita la qualità di parte sostanziale. Respinta pure l’ argomentazione della banca che faceva leva sul conflitto d’ interesse tra correntisti, visto che alcuni avrebbero comunque ricavato un vantaggio dall’ applicazione della disciplina sulle commissioni per scoperto di conto in sostituzione della commissione di massimo scoperto (l’ istituto ricordava di aver subìto perdite nel passaggio da un regime all’ altro). Ma per la Corte d’ appello la condizione di conflitto d’ interessi presuppone un’ effettiva «divaricazione» di situazioni giuridiche tutelabili «tra loro contrastanti in relazione a un comune interesse». Infine, la Corte d’ appello si è concentrata sul valore da attribuire alla previsione che la class action può essere applicata solo a illeciti compiuti successivamente all’ entrata in vigore della norma il 15 agosto 2009. La Corte sposa la linea della natura sostanziale dell’ azione collettiva: non si tratta, cioè, di uno strumento solo processuale e, pertanto, un’ applicazione retroattiva è da censurare. La conclusione cui approda la Corte d’ appello è nel senso di considerare i presunti illeciti addebitati a Intesa Sanpaolo come di natura contrattuale, dipendendo dalla esecuzione della modificata clausola contrattuale di conto corrente. Quindi la class action avrà come specifico perimetro applicativo le violazioni successive al 15 agosto 2009. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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