25 Aprile 2012

La busta paga non cresce più. Come nell’ 83 Un dipendente su tre è in attesa di un nuovo contratto di lavoro

La busta paga non cresce più. Come nell’ 83 Un dipendente su tre è in attesa di un nuovo contratto di lavoro

DA MILANO ANDREA DI TURI L a tenaglia della recessione continua inesorabilmente a stringersi. Come se non bastassero la pressione fiscale a livelli record e le spinte inflazionistiche, ora a certificare la forte riduzione del potere d’ acquisto di cui gli italiani stanno soffrendo arrivano i dati dell’ Istat sulle retribuzioni. Che per certi aspetti rimandano indietro il Paesi di quasi trent’ anni. Nonostante la primavera avanzata, i dati diffusi ieri indicano come sulle retribuzioni sia calata una vera e propria gelata. A marzo, infatti, le retribuzioni contrattuali orarie sono rimaste ferme rispetto a febbraio. E hanno messo a segno solo un lieve rialzo, dell’ 1,2%, rispetto allo stesso periodo del 2011 (sono cresciute dell’ 1,7% per i dipendenti del settore privato, nulla invece la variazione per i dipendenti pubblici). Il che vuol dire che nel mese di marzo la crescita tendenziale, cioè su base annua, è stata la più bassa fatta segnare dal 1983, ovvero dall’ inizio delle serie storiche ricostruite. Ma non basta, perché le rilevazioni statistiche hanno anche evidenziato come nel terzo mese dell’ anno sia cresciuta la differenza tra l’ aumento su base annua delle retribuzioni (l’ 1,2% di cui s’ è detto) e il livello d’ inflazione, che si è attestato al 3,3%: anche per la forbice tra retribuzioni e inflazione, dunque, si è segnato un piccolo record in negativo, perché una differenza di 2,2 punti percentuali non si registrava dall’ agosto di diciassette anni fa, il 1995, quando toccò il 2,4%. Il combinato disposto dell’ impennata dei prezzi e della crescita rasoterra delle retribuzioni, addirittura azzeratasi nell’ ultimo mese, secondo Federconsumatori e Adusbef vale quasi 640 euro l’ anno in meno in termini di potere d’ acquisto: è «l’ ennesima bastonata da inflazione – hanno sottolineato le associazioni dei consumatori – che si somma a una perdita del potere d’ acquisto che dal 2008 è stata di -9,8%, portando così il totale a 3.738 euro in meno per famiglia». Un po’ diversi (ma non troppo) i calcoli effettuati dal Codacons, che ha stimato che il divario salari-prezzi «significa che una famiglia di tre persone ha praticamente avuto una perdita equivalente a 720 euro, una di due persone di 610 euro: è una tassa invisibile che dissangua sempre più gli italiani ». Notizie poco incoraggianti anche sul fronte contratti. Quasi un lavoratore dipendente su tre (il 32,6%) è infatti in attesa del rinnovo del contratto di lavoro. La percentuale scende al 12,3% (circa 1 lavoratore su 6) nel settore privato. E sia per i dipendenti privati, sia nel totale, l’ attesa media del rinnovo dei contratti scaduti va ben oltre i due anni (27 mesi). Di fronte a dati del genere, le reazioni non potevano mancare. Per Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl, «i salari fermi sono lo specchio della situazione del Paese. Se non si abbassa la pressione fiscale, non si potranno alzare gli stipendi e risollevare i consumi». Per Susanna Camusso, leader della Cgil, è una conferma che «le condizioni di reddito dei lavoratori continuano a peggiorare». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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