20 Settembre 2018

L’ ultima notte di piacere nelle case chiuse della Palermo “proibita”

Il 20 settembre di sessant’ anni fa la legge Merlin decretò la fine delle “pensioni”. La festa con prestazioni gratuite alla Buganè di piazza Sant’ Oliva e la mappa dei dodici luoghi dell’ eros registrati in questura La signora Teresa, quella notte, non riuscì proprio a trattenere le lacrime: «Care ragazze, è la nostra ultima volta. Vi ho sempre chiesto contegno, distacco e professionalità. Ma questa notte no. Questa notte pensate soltanto a divertirvi. Bevete con i clienti, stuzzicateli, fate baldoria. È terribile che si chiudano le case ma proviamo a non pensarci. Lasciamo almeno ai nostri amici un ricordo indelebile». Erano in tanti quel 20 settembre del 1958 alla Pensione Buganè, al numero 10 di piazza Sant’ Oliva. Gli ufficiali dell’ Esercito di stanza nella caserma di fronte e i militari semplici che portavano nel portafogli la bustina dei preservativi distribuita in astanteria. E tanti signori della Palermo bene, quelli che per anni avevano foraggiato la signora Teresa, ottantenne tenutaria del bordello con un passato da attrice d’ avanspettacolo. Quella sera la Madame non badò a spese e scritturò persino un’ orchestrina di soli violini. E aprì le porte anche agli studenti squattrinati che, per una volta, non avevano avuto bisogno di raggranellare il denaro sufficiente per trascorrere una notte di trasgressione nell’ alcova. Nessuno pagò la marchetta quel 20 settembre del ’58. Offriva la casa, offrivano le tenutarie, offrivano le prostitute. A mezzanotte in punto entrò in vigore la legge Merlin che chiudeva definitivamente l’ era delle case di tolleranza. Una vittoria per la senatrice socialista che aveva dedicato la sua vita a ridare dignità alle donne costrette a prostituirsi. Una maledizione per migliaia di clienti che in tutta Italia decisero di trascorrere l’ ultima notte di “libertà” con le ragazze, in un’ atmosfera euforica e melanconica. Feste con il magone, quella notte, furono organizzate anche in tutte le altre case chiuse – si chiamavano così perché, per ragioni di decoro, dovevano tenere sempre le persiane sbarrate – in attività a Palermo: alle Rose di via Ventura, dietro al Politeama, e alla Jolanda ospitata al piano di sotto, alla Flores di via Gagini e alla Taibbi di piazza Monte di Pietà, alla Igea di via Lungarini e alla Verneille di vicolo Marotta. Ma si brindò anche nei bordelli popolari della Cala, in via dei Cassari, al vicolo Ragusi e ai Candelai. Con l’ entrata in vigore della Merlin si chiudeva una pagina del costume italiano. Veniva offerta una via di fuga alle “pensionanti”, schiave del sesso obbligate a sottoporsi anche a cinquanta rapporti al giorno, ma si evitava alle prostitute l’ onere della visita medica quotidiana che garantiva la sicurezza di non contrarre malattie veneree. Nei registri della questura di Palermo, nell’ autunno del 1958, erano segnate dodici case di tolleranza che ospitavano poco più di un centinaio di prostitute. In tutta Italia, per lo meno quelle ufficiali, erano 717 di cui 102 di prima categoria, 204 di seconda e 411 di terza classe. Le ragazze autorizzate a lavorare, complessivamente erano 4.014. Le famose marchette andavano dalle 150 lire dei postriboli di infimo ordine alle 10 mila lire delle case di gran lusso. Un giro d’ affari ingente e senza rischi che coinvolgeva ogni anno milioni di frequentatori e procurava guadagni per svariati miliardi. Nella primavera del 1949, quando a Milano quattrocento imprenditori del settore avevano deciso di fondare l’ Aneca, l’ associazione nazionale case autorizzate, il giro d’ affari accertato era di 14 miliardi all’ anno. Cifra più che raddoppiata nove anni più tardi, quando il Parlamento decise di revocare quelle particolari licenze. Fu una notte choc, quella del 20 settembre del ’58, anche per tanti illustri frequentatori di quelle pensioni: «Luana, dov’ è Marilù? Dove sono Fatima e Lia? Sherazade e Bojou che fu l’ amante mia», scrisse in un accorato epitaffio dopo la serrata Ennio Flaiano. Continuò a definirle «case dell’ amore» lo scrittore Mario Soldati, addirittura «santuari da cui si irradiava un messaggio di civiltà erotica» Dino Buzzati. Angelina Merlin, detta Lina, la deputata padovana che si battè per quella legge, morì in solitudine, ultranovantenne, in una casa di riposo. Disse in una delle sue ultime interviste che aveva ricevuto centinaia di lettere di ringraziamento da parte delle prostitute: «Ci hai tolto da un incubo, sei la nostra eroina». Ma se l’ intento era quello di aiutare le ragazze a rifarsi una vita, l’ obiettivo della Merlin è purtroppo fallito. Le schiave del sesso esistono ancora, il loro numero è decuplicato e ai controlli dello Stato si è sostituito il dominio della criminalità. Secondo i dati Codacons in Italia il giro del sesso va oltre i 3,9 miliardi di euro e si registrano tra le 75 e le 120mila escort per tre milioni di clienti stabili. Non è un caso, dunque, che un sondaggio della Swg abbia rivelato come persino le donne italiane, in grande maggioranza, sarebbero favorevoli alla riapertura delle case chiuse. Addirittura il 71 per cento delle interpellate le ripristinerebbe contro il 16 per cento che si dichiara contrario. Per una donna italiana su due, inoltre, con l’ abolizione della Merlin verrebbe maggiormente tutelata la salute pubblica. Forse anche per questo il ministro dell’ Interno Salvini ha nuovamente tirato fuori una sua vecchia proposta di legge: «Ritengo sia ora di riconoscere la prostituzione come un lavoro, togliendola così al controllo della mafia e allo sfruttamento». E sul suo profilo Facebook i “like” sono fioccati. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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