L’ iter Vicenda lunga dieci anni tra inchieste procssi e nessuna decisione
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fonte:
- Il Mattino
scempio edilizio tra i silenzi: atto finale per l’ ecomostro tra i monti dell’ aresta
Rosalba Baldi inviato Petina. La Bella e la Bestia. Entrambe arrampicate a 1.200 metri nel covo dell’ Aresta a Petina. Sono due strutture che si guardano, a cento metri di distanza l’ una dall’ altra. La Bella è l’ osservatorio dei cieli stellati del Cilento, una struttura con una cupola verde come queste montagne. E la Bestia che è quel che resta di un capanno che doveva servire a non si sa bene che cosa, si pensa ad un deposito. Si fronteggiano, entrambe le strutture immerse in almeno cinquanta sfumature di verde. La Bella si salverà, ma per la Bestia non c’ è speranza. Una è la faccia pulita, l’ altra quella sporca. Il capanno, secco di sole e di vento, rientra nella lista degli ecomostri che punteggiano il Cilento. Strutture che, secondo il Codacons, devono essere abbattute. A giorni si comincia. La seconda guerra agli abusi è stata dichiarata. Sono tanti i piccoli buchi neri che macchiano i territorio, per eliminarli c’ è un piano. In scaletta c’ è il centro per le lontre di Aquara, che è da troppo tempo in attesa di completamento, il centro per la fauna migratoria di Palinuro e Centola, e altri siti minori a Magliano Vetere, a Rofrano e a Sanza. I mille abusi delle Dolomiti del Cilento ad uno ad uno saranno censiti ed eliminati. È la nuova filosofia del parco. Ed è a Petina che saranno messe in moto al più presto le ruspe. Il casotto di legno marcito che è al covo Aresta dal 2001, intanto deve essere abbattuto. Lo ha ribadito il nuovo presidente del parco nazionale del Cilento: «Sono per l’ abbattimento anche in tempi stretti – dice Tommaso Pellegrino – purchè, però, qualifichino le zone lasciate spoglie, in particolare l’ osservatorio che è un punto di eccellenza, dotato di una lente di ottima qualità». Il casotto quindi va giù. Una storia piena di silenzi e di segreti quella del casotto che, come sostengono gli amministratori, avrebbe dovuto fungere da capanno per gli attrezzi per i lavoratori Lsu. «Non fu mai finito perchè la magistratura lo bloccò – aggiunge il responsabile tecnico dell’ ufficio di quegli anni – La Procura di Lagonegro aprì un’ inchiesta che finì dieci anni dopo con la prescrizione dei reati: turbativa d’ asta e reati urbanistici. Ex amministratori e tecnici: tutti assolti. Nelle carte degli uffici comunali di Petina e quelli del parco non ci fu più traccia di quel presunto abuso: l’ ecomostro era scomparso». Una storia piena di sospetti sulle Dolomiti del Cilento, storia di una struttura che si voleva diventasse un ristorante o comunque un polo ricettivo e che invece è rimasta un ammasso di schegge di legno a cielo aperto: la magistratura scese in campo – dice un ex responsabile – del parco – perchè le gare d’ appalto per l’ allestimento della struttura non risultarono regolari ma difformi dal progetto iniziale, portando all’ azione penale. In paese l’ ecomostro lo chiamano «coso», non sanno da dove viene, non sanno che senso ha. Poggiato su una pedana e ricoperto di legno lamellare sta lì a ricordare che prima o poi bisognerà pur toglierlo e ripensare a un gestione di quello spazio, che sia nell’ ambito del parco oppure no.Costruito su concessione edilizia n. 15 del 19 novembre 2001 rilasciata dal Comune di Petina, la struttura non è mai stata completata anche dopo un procedimento penale (che vede tutti assolti e che nulla stabilisce circa le sorti dell’ ecomostro) ed è ancora lì èd è considerato riserva integrale. Per Pellegrino, presidente del Parco, «bisogna puntare sull’ osservatorio», uno spazio istruttivo che possa ospitare bambini e studenti. E in questo paese deserto e addormentato è di queste iniziative che i più giovani sentono la mancanza». Ma fino ad ora un intervento di riqualificazione non è stato ancora pensato. D’ altra parte i giovani sono sempre di meno.«Quello che gli amministratori hanno dato – insiste Pellegrino – è stato un esempio di mala gestio e ora ne paghiamo tutti le conseguenze». «Ci sono altre baracche da buttare giù – aggiunge il presidente – sono otto su tutto il territorio del parco del Cilento». Proposte per la gestione del piccolo spazio per ora non ce ne sono, anche se la comunità montana ne rivendica l’ uso come rifugio o capanno per gli attrezzi. «Non abbiamo capito – dicono i pochi residenti petinesi – cosa dobbiamo farne di questa struttura. È marcia e dovrà essere soltanto rottamata». Sarà questa la stagione delle ruspe. A Sapri, per esempio. E poi ancora nell’ alto Cilento, secondo una scaletta di segnalazioni da parte del Codacons. Intanto si attende l’ intervento delle istituzioni. Il sindaco? Un carabiniere momentaneamente distaccato a Roma per un corso. Il vicesindaco? Un poliziotto del commissariato di Battipaglia. Sono nelle loro sedi soltanto il sabato mattina per ascoltare, loro malgrado. Nella minuscola piazza Umberto I c’ è il comando della guardia forestale. Poi il bar, unico ritrovo dei petinesi. «Il paese sprofonda – lamentano gli abitanti – siamo sempre più soli. Dall’ anno prossimo non ci sarà più nemmeno la scuola. I nostri pochi bambini andranno a scuola da qualche altra parte». © RIPRODUZIONE RISERVATA.
rosalba baldi
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