2 Ottobre 2015

L’ Italia perde altri pezzi: i gelati Grom a Unilever

L’ Italia perde altri pezzi: i gelati Grom a Unilever
si chiude la
favola dei due fondatori che era iniziata in una piccola bottega oggi l’
azienda torinese vanta 67 negozi disseminati ovunque e fattura 50
milioni

LA VENDITA ROMA Addio gelati made in Italy. Il gigante Unilever, 48,4 miliardi di euro di fatturato e marchi come Algida e Magnum in portafoglio, ha acquistato la catena Grom, nata appena 12 anni fa per iniziativa di due giovani torinesi, Federico Grom e Guido Martinetti. Un colpo secco, che si aggiunge al lungo elenco delle eccellenze alimentari nazionali finite negli ultimi mesi in mani straniere: dall’ olio Bertolli alla pasta Garofalo, dai sughi Ragù al brand Sagra. Ma il finale di partita di Grom è particolarmente amaro perché allo stesso tempo smonta una lunga retorica sull’ intraprendenza dei nuovi imprenditori, che mescolano territorio e qualità, e accende un faro sulla cronica debolezza del nostro capitalismo molecolare. Per carità: al portafoglio non si comanda, e sicuramente i due soci avranno ricevuto un’ offerta che non si poteva rifiutare. Eppure nel nostro immaginario, spesso troppo distante dalla realtà, Grom e Martinetti li vedevamo più dalla parte dei predatori che delle prede. La loro favola era iniziata con un prestito dei genitori e un finanziamento a fondo perduto per aprire un piccolo negozio in Piazza Paleocapa a Torino con lo slogan, molto azzeccato, «Il gelato come una volta». Dalla bottega al network internazionale il passo è stato molto rapido, e oggi il marchio Grom significa ricavi per 50 milioni di euro e 67 negozi, dei quali una ventina all’ estero, da Dubai a New York, da Hollywood a Osaka, da Giacarta a Parigi. Il successo planetario ha premiato un’ intuizione semplice: realizzare su scala industriale un tipico prodotto italiano (abbiamo la bellezza di 39.000 gelaterie), da piazzare nella fascia alta del mercato (24 euro al chilo, un cono a partire da 3 euro), mescolando marketing e una buona materia prima. IL MARKETING Da qui i rifornimenti degli ingredienti dai presidi di Slow Food e dall’ azienda agricola Muramura, e una martellante campagna di promozione di un gelato definito, con una certa furbizia, artigianale. Sigla smontata dal Codacons che è riuscito a dimostrare la natura industriale del prodotto Grom. In fondo, la creatività italiana è proprio questa miscela di antica tradizione, rigorosa manifattura e tanto marketing con il timbro made in Italy. Grom e Martinetti sono così diventati una coppia di imprenditori capaci di firmare, oltre che un gelato, un’ efficace storytelling, una narrazione dell’ eccellenza. Li abbiamo visti all’ opera nei talk show, a raccontarci gli ingredienti della loro avventura, e li abbiamo letti in un libro autobiografico, «Storia di un’ amicizia, qualche gelato e molti fiori», che gronda di una dissimulata autocelebrazione. Il più attraente dei due, Guido Martinetti, con la sua faccia da Jude Law non poteva sfuggire ai radar del caposcuola dell’ Italia fai-da-te, di un eterno miracolo economico da riproporre anche in politica, ovvero di quel Silvio Berlusconi che a un tratto ha pensato, inutilmente, di utilizzare Grom per resuscitare Forza Italia. Adesso, con l’ acquisizione di Unilever, probabilmente incentivata dai bilanci non proprio floridi della Grom, la favola si smonta, senza un lieto fine. E mastichiamo il rimpianto, con le relative incognite, per un capitalismo rimasto, come è nato, povero di capitali, e troppo piccolo per farci sognare a lungo nel palcoscenico dell’ economia globale. Antonio Galdo © RIPRODUZIONE RISERVATA.
antonio galdo

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