31 Luglio 2019

L’ invasione di campo del reddito di cittadinanza

di Giuseppe Melara Seguo con estremo interesse il dibattito nazionale sul Reddito di Cittadinanza, d’ ora in avanti RdC e le considerazioni tecniche più efficaci possono essere riassunte nel seguente decalogo: 1. il RdC non ha funzionato in termini quantitativi, rispetto alle domande attese pari a circa 2.700.000 ne sono giunte 1.401.225 e solo 895.220 sono state accolte (dati Codacons); 2. il provvedimento non è stato preceduto da sperimentazioni che avrebbero certamente aiutato a prevenire le carenze attuali; 3. è un reddito non associato ad alcuna prestazione, se non quella di cercarsi un lavoro; 4. si stima che la possibilità concreta di trovare un lavoro riguardi circa il 50% delle domande accolte; 5. veti e criticità espresse dagli enti regionali, in primis la Campania che lo considera una provvedimento assistenzialista, con effetti di temporaneo benessere più che altro per i navigator; 6. il provvedimento crea un esercito di nuovi precari della pubblica amministrazione, visto che la stabilizzazione dei navigator si ripresenterà come problema tra qualche anno; 7. si registrano problemi organizzativi legati alla formazione dei navigator; 8. il RdC innesca una pericolosa spirale di vincoli retributivi che finirà per innalzare il reddito minimo garantito, impattando negativamente sulle imprese più piccole, accrescendo il lavoro nero; 9. il RdC ha spento le luci su altre forme di intervento, altre politiche attive per contrastare la disoccupazione; 10. è un’ invasione di campo, rispetto al protagonismo istituzionale delle Agenzie per il lavoro. Quello che il decalogo non dice, riguarda le motivazioni che hanno frenato i non richiedenti dall’ accedere ad un sostegno tutt’ altro che irrisorio. Dalle valutazioni sull’ implementazione del RdC passiamo, quindi, al campo delle interpretazioni, certamente più scivoloso. Per spiegare un tale flop di domande, potrebbero aver influito fattori legati allo status di invisibilità nella quale la povertà tende ad essere confinata. Da un lato potrebbero esserci sacche di povertà operose, composte da individui che cercano di nascondere la propria condizione di disagio economico, prima di tutto a se stessi; dall’ altro potrebbe essersi insinuato il ragionevole dubbio che il RdC avrebbe messo in crisi le strategie di sopravvivenza, ricadenti nell’ economia informale, nel mercato nero e nelle forme di aiuto reciproco in ambito familiare e di vicinato. Sulle sacche operese di povertà ha pesato certamente lo stigma della card di colore giallo con il simbolo di poste italiane (un colore non proprio discreto!). Sulle sacche di lavoro nero, l’ idea di essere attenzionati dal fisco potrebbe aver addirittura impaurito e dissuaso dal fare domanda. Al di là delle tattiche di sopravvivenza dei potenziali destinatari della misura, più rilevanti sono le conseguenze di questo approccio. Il Governo ha scelto il lavoro, al pari dell’ immigrazione, come politiche simboliche, attraverso le quali segnare una discontinuità rispetto al passato, per dimostrare la propria efficacia decisionale. È bene ricordare che il mercato del lavoro soffre proprio per i continui cambi d’ indirizzo governativi, tutt’ altro che lineari, anzi segnati da percorsi a zig zag, visioni e scelte spesso ideologiche e completamente avulse dal contesto. Più di altri ambiti legislativi, il mondo del lavoro si mostra invaso di provvedimenti contradditori che dalla riforma Biagi in poi hanno costretto gli operatori economici, famiglie e cittadini a cambi repentini di prospettiva, per le continue minacce da parte di partiti e corpi intermedi di contrastare le riforme attuate. Il RdC non si sottrae a questo vizio, nasce già con un cospicuo carico d’ incertezza e un esercito crescente di detrattori che promettono di sventrarlo, non appena verrà il loro turno di governo. Gli ultimi due punti del decalogo, da operatore del settore, mi preoccupano di più, in quanto potrebbero segnare la fine di una stagione in cui lo Stato aveva cominciato a ricercare nel mercato l’ incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le Agenzie per il Lavoro (APL) rispondevano proprio a questa impostazione, addirittura arrivando a supportare i Centri per l’ impiego e certamente assegnando a queste agenzie un ruolo di riequilibrio tra le mille storture del mercato. Il RdC così com’ è stato impostato è l’ ennesima occasione mancata di dare continuità a scelte strategiche già avviate. Lo strumento sarebbe, infatti, dovuto passare attraverso le APL, non solo per formare i navigator ma anche per contenere il loro numero, entro livelli di spesa pubblica più sostenibili, assegnando al privato fondi sotto forma di premialità ma solo per i lavori che i navigator dentro le APL avrebbero effettivamente trovato. I navigator, già presenti negli organigramma delle APL come tutor o sotto altre etichette (in Fmts, abbiamo scelto di chiamarli candidate manager), avrebbero potuto operare nel privato, invece di coltivare aspettative di stabilizzazione nel pubblico. E invece di andare avanti sulla strada della sussidiarietà tra pubblico e privato, si è scelto uno statalismo ideologico, anacronistico e ricco di effetti collaterali. Nota biografica Giuseppe Melara, nato a Battipaglia (SA), classe 1969, nel 1993 si laurea con il massimo dei voti alla L.U.I.S.S. Guidi Carli di Roma. Dal 1996, abilitato alla professione di “dottore commercialista”, iscritto all’ Ordine di Salerno. Attualmente è Presidente e Amministratore Delegato del gruppo FMTS. Formamentis nasce nel 2003 come ente di formazione e, dal 2014, diventa anche agenzia per il lavoro. Il gruppo si occupa, inoltre, di mobilità internazionale e di alta formazione gastronomica con la Scuola In Cibum. Il Centro Studi del Gruppo FMTS, conduce ricerche e produce studi sul mondo del lavoro.

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