L’ Ilva non chiude «Ma ora risanatela»
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fonte:
- L`Unità
il riesame conferma il sequestro ma con facoltà d’ uso. ferrante, il presidente del gruppo, nominato custode degli impianti ? restano agli arresti domiciliari emilio e nicola riva ? clini: dai giudici indicazione positiva.
L’ Ilva resta aperta, si riprende le chiavi della cassa ma si impegna a cambiare le cose. La sentenza del riesame, depositata in cancelleria all’ ora di pranzo, cogliendo di sorpresa tutti e facendo capire perché il tribunale è rimasto blindato da venerdì scorso, ribalta in sostanza l’ ordinanza del gip. Prima di tutto perché garantisce la continuità della produzione allo scopo «del risanamento ambientale». E poi perché restano ai domiciliari, tra gli otto indagati, solo Emilio e Nicola Riva, oltre all’ ex direttore Luigi Capogrosso. Cambia tuttavia la prospettiva legale. Mentre il giudice Patrizia Todisco aveva affidato ai custodi giudiziari il compito di rallentare l’ attività allo scopo «dello spegnimento», il collegio presieduto dal giudice Antonio Morelli ha cancellato quella parola dal dispositivo di un paio di pagine con cui si è pronunciato sul ricorso dell’ azienda. I tre ingegneri che alcuni giorni fa sono entrati nello stabilimento, insieme ai carabinieri del Noe che hanno apposto sigilli virtuali, dovranno garantire «la sicurezza degli impianti e l’ utilizzo in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare situazioni di pericolo». La cancellazione della parola chiusura è stata sottolineata da Bruno Ferrante, presidente di Ilva, nominato dal tribunale «custode e amministratore di aree e impianti». Prende il posto del dottor Mario Tagarelli che era stato nominato dal gip appunto per gli aspetti amministrativi. Significa, in buona sostanza, che viene ridato all’ azienda il controllo degli impianti dell’ area a caldo anche dal punto di vista contabile. Anche durante l’ incontro col governatore Vendola, poche ora prima del deposito della sentenza, l’ Ilva ha ribadito di voler «ridurre l’ impatto ambientale con un impegno serio e concreto». C’ è chi però ha obiettato, come il Codacons, l’ anomalia di affidare a Ferrante un ruolo che dovrebbe essere affidato ad una persona terza, o super partes. Anche il dispositivo del riesame, di cui si attendono le motivazioni, si presta ad interpretazioni piuttosto diverse tra loro. Secondo Ferrante, infatti, va da sé che la sentenza di ieri permette all’ Ilva di lasciare invariata la produzione, «anche perché in caso contrario sarebbe stata la fine della storia», come ha fatto sapere nei giorni scorsi la proprietà affermando che in caso di spegnimento del ciclo produttivo, l’ Ilva non avrebbe mai più riaperto. Di tutt’ altro avviso i magistrati. Il procuratore capo Franco Sebastio ha spiegato che «leggeremo le motivazioni ma, stando al tenore letterario, il provvedimento consente l’ utilizzazione degli impianti non al fine della produzione ma affinché‚ si facciano i lavori di messa a norma». «La finalità del provvedimento è fare i lavori, non è produrre e lavorare. Se l’ azienda, per mera ipotesi, dicesse “non intendiamo collaborare”, allora dopodomani si chiude» ha poi concluso il capo della procura che ha portato avanti l’ inchiesta per quattro anni, facendo confluire tre filoni di indagine. Ferrante ha ricordato i 90 milioni stanziati per interventi di «ambiente e sicurezza» (parchi minerali) e il «sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti», ossia centraline sul perimetro dello stabilimento con relativo personale. In realtà, fanno notare gli esperti, tali centraline – previste anche dall’ Autorizzazione integrata ambientale che verrà rivista e riscritta – non rilevano sostanze benzene, toluene e xilene efficamente rivelatrici dell’ inquinamento. L’ Aia rilasciata dal ministro Prestigiacomo e le altre norme peraltro non hanno dato sostanzialmente nessuna indicazione né prescrizione sotto al profilo delle «Bat», Best available technologies, che sono previste dall’ articolo 8 del decreto legislativo 59 (18/02/2005), che a sua volta ha recepito la direttiva europea 96/61 relativa alla «prevenzione e riduzione integrate dell’ inquinamento». Per questo motivo, sostanzialmente, la procura è stata costretta a chiedere il sequestro dell’ area a caldo. Nei prossimi giorni col deposito delle motivazioni saranno fugati i dubbi che al momento lascia la sentenza dal punto di vista interpretativo, pur se applaudita da forze politiche e sindacati. Restano in piedi ovviamente anche i procedimenti satelliti rispetto a quello principale, a cominciare da quello per corruzione in atti giudiziari che vede indagati, oltre alla proprietà e Capogrosso, anche il professor Liberti, ex consulente della procura per una perizia sulla diossina poi sparita. Proprio a proposito dell’ esperto, ex preside del Politecnico di Taranto, trapelano altri particolari. Riguardano la «T&A – Tecnologia e ambiente s.r.l.», la società spin off del Politecnico di Bari fondata il 7 dicembre 2010 «per servizi avanzati di ingegneria per la tutela dell’ ambiente». Liberti ne è presidente e ne detiene il 20% di quote. E come spiega anche il sito della società, tra i «clienti principali» della «T&A» c’ è proprio l’ Ilva sulle cui emissioni, così come su tutte quelle dell’ ambiente di Taranto, si è pronunciata la perizia di Liberti consegnata alla procura nell’ estate di tre anni fa.
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