21 Maggio 2020

L’ aumento dei prezzi è spiacevole ma fatale

i guai della riapertura
sandro iacometti Fino a un paio di settimane fa non eravamo neanche certi che gli esperti di Giuseppe Conte ci avrebbero mai permesso di sorseggiare un caffè al bar prima della scoperta del vaccino. Neppure il tempo di tornare al bancone e siamo già scontenti. Di nuovo. Il piacere della libertà è durato quanto un batter di ciglia. A farci dimenticare il grigiore del lockdown ci hanno pensato pochi centesimi, quelli che molti gestori, da mesi a corto di ossigeno ed ora alle prese con le folli regole del distanziamento sociale, hanno deciso di caricare sopra il prezzo della tazzina. Ricordate la solidarietà verso i commercianti? Gli attestati di stima verso chi non si è arreso alla pandemia e ha ripaerto, nonostante tutto? Roba vecchia, di un’ altra era. Appena messo piede in strada, i consumatori sono tornati in un attimo quelli di prima. Pronti ad infuriarsi per il costo ingiusto di un cappuccino o per il conto troppo salato di una brioche. Lo avevamo sognato quel caffè, nelle giornate interminabili passate a casa, davanti ai computer a lavorare o sul divano a sonnecchiare. Ma ora che invece di 0,90 o 1 euro l’ agognato liquido ci viene offerto a 1,10 o 1,20 non lo vogliamo più. Siamo mica gonzi, che ci facciamo fregare dagli speculatori. Abbiamo già dato con le mascherine. E giù proteste, allarmi delle associazioni dei consumatori, denunce di fantomatici cartelli della miscela arabica, pronti a spennarci in spregio delle norme sulla libera concorrenza. Intendiamoci, fare la cresta sulla colazione non è il massimo. Così come non lo è lucrare sulla messa in piega o il taglio di capelli, approfittando dei cespugli arruffati che gran parte degli italiani si ritrova sulla testa dopo oltre due mesi di quarantena. Ma era abbastanza scontato che dopo un urugano e in assenza di aiuti (nessuno ha ancora visto un euro dei soldi promessi dal governo) la riapertura sarebbe stata una guerra per la sopravvivenza. Per chi ha perso il posto di lavoro anche 10 centesimi possono essere tanti. Ma per chi è da due mesi senza fatturato ed ora deve sopportare i costi delle misure anti-Covid, sia quelli vivi come la sanificazione e i prodotti monouso sia quelli indiretti dovuti alla minore affluenza dei clienti, possono essere vitali. Al di là del Codacons, che ha già spianato i fucili nel tentativo di rubare un po’ di scena ai virologi nella Fase 2, le categorie non sono compatte. «I bar che hanno ripreso l’ attività, con approccio quasi eroico e spirito di servizio per la collettività, hanno costi maggiori di prima e incassi decimati. Per quanto tempo riusciranno ad offrire un servizio straordinario come il loro per un euro o poco più a tazzina?», si chiede il direttore di Confcommercio Toscana, Franco Marinoni. «È evidente che tutto il nostro comparto sta subendo i costi della ripartenza, ma spingere sulla leva dell’ aumento dei prezzi rischia di essere controproducente. Abbiamo bisogno che la gente torni a frequentare bar, ristoranti e negozi e non è certo così che si favorisce questo», è l’ opinione di Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio veneto. Hanno ragione entrambi, chiaramente. Difficile dire cosa succederà nelle prossime settimane, quando si tratterà per tutti di attraversare un deserto che il governo ha fatto di tutto per lasciare arido, inospitale ed incolto. Una cosa è certa: se le polemiche non si placano in fretta, prima o poi arriverà una task force che imporrà il caffè a 50 centesimi per tutti. Se finisce come con le mascherine, meglio pagarlo un euro in più e gustarselo in pace. riproduzione riservata.

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