10 Maggio 2011

L’ Antitrust blocca Xango: la bibita non cura le malattie

L’ Antitrust blocca Xango: la bibita non cura le malattie
 

Secondo i venditori preveniva le malattie e curava di tutto, dall’ Alzheimer all’ insonnia, dal mal di testa al Parkinson, dal morbo di Chron ai dolori mestruali. Con Xango, dicevano, possono ottenere benefici i malati di ben 44 patologie diverse. "Quarantaquattro problematiche, una soluzione" scrivevano nei loro depliant pubblicitari. Che cos’ è Xango? Una nuova medicina segreta, un farmaco potente e sconosciuto, l’ elisir di lunga vita? Secondo i venditori una roba del genere, la trovata del secolo, un succo, una bibita, ma solo all’ apparenza come gli altri, in realtà un prezioso concentrato salutare e miracoloso perché "a base di mangostano", un frutto esotico originario della Thailandia, delle isole della Sonda e dell’ Arcipelago delle Molucche dalle multiformi proprietà terapeutiche, dicevano (anche se nei libri il mangostano è indicato come un albero, Garcinia mangostana, mentre il frutto si chiama mangostina). Presentato in una bottiglietta dalla silhouette elegante e slanciata, simile a quella della Coca Cola, ma chiusa con un tappo dal colore giallo squillante, Xango a differenza di tutte le altre bibite non si trovava con facilità, né in farmacia né al bar o sugli scaffali dei supermercati. Per un anno e mezzo, a partire dall’ ottobre 2009, il succo dei miracoli è stato venduto in tutta Italia attraverso una rete speciale e capillare, con una sorta di tam tam internettiano curato da un’ organizzazione tipo catena di Sant’ Antonio, una struttura a piramide, un esercito composto dalla bellezza di 21 mila tra capi, coordinatori e adepti sparsi in ogni regione, molto decisi, molto aggressivi e molto dinamici. Promotori, venditori e piazzisti che non esitavano a magnificare il prodotto come acqua di Lourdes, capaci di farlo comprare a ritmi crescenti nonostante il prezzo non proprio popolare: 28 euro a bottiglia da tre quarti di litro. Gente che puntava presumibilmente anche su un pubblico di malati, pronti ad attaccarsi a tutto per poter sperare. In poco tempo il volume complessivo delle vendite è raddoppiato, da poco più di 500 mila euro al mese all’ inizio del 2010 a 1 milione nelle ultime settimane dell’ anno. Da oggi Xango è una bevanda proibita perché l’ Antitrust ne ha vietato la vendita al termine di un’ indagine durata mesi, avviata sulla base di segnalazioni di singoli acquirenti e di alcune associazioni di consumatori (Altroconsumo, Codacons, Adusbef, Federsalus) e che una volta entrata nel vivo aveva provocato la reazione spazientita degli stessi piazzisti del prodotto. I quali, non osando prendersela direttamente con l’ Antitrust e con Antonio Catricalà che ne è il presidente, sparavano a zero contro tutti coloro che si permettevano di mettere in dubbio le qualità benefiche e salutari di Xango, accusandoli più o meno esplicitamente di essere servi delle multinazionali delle bibite. L’ Antitrust ha interrotto la catena delle vendite sulla base di due considerazioni di fondo. Prima: non è affatto vero che Xango abbia le proprietà terapeutiche vantate, anzi. Seconda valutazione: il sistema usato per vendere la bibita si basa su una "pratica commerciale scorretta". Di conseguenza l’ Autorità per la tutela del mercato ha deciso di infliggere anche una multa di 250 mila euro alla società Xango Italy, filiale italiana di una multinazionale americana, la Xango Llc. Prima di emettere il suo verdetto, l’ Antitrust ha chiesto anche un parere dell’ Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Anche l’ Agcom è stata durissima nei confronti di Xango e del sistema di vendita considerato "scorretto in quanto idoneo a indurre in errore sulla reale natura, composizione e proprietà del prodotto pubblicizzato, come pure sulle modalità utilizzate per la sua distribuzione, e quindi suscettibile di pregiudicare il comportamento dei consumatori inducendoli ad assumere decisioni di natura commerciale che altrimenti non avrebbero preso". Inducendoli, cioè, a comprare partendo dalla convinzione di fare un affarone entrando nel giro dei consumatori e poi dei venditori di una "bevanda speciale". Nel corso dell’ indagine i tecnici dell’ Antitrust hanno verificato che non è vero neppure che Xango sia il succo concentrato della mangostina, in realtà presente nella bevanda solo in quantità modeste. Il resto è succo di mela, uva, mirtillo, lampone, fragola, ciliegia e purea di pera. Sulle proprietà terapeutiche si è pronunciata l’ Efsa, l’ autorità europea per la sicurezza dei cibi e delle bevande, la quale ha rilevato "l’ assenza di sostegno scientifico ai claim salutistici utilizzati per le caratteristiche del frutto in questione, in ragione dell’ assenza di qualsivoglia nesso eziologico tra il suo consumo e la protezione nei confronti del Dna". Cioè, tra i tormentoni pubblicitari e le reali capacità terapeutiche del prodotto c’ è di mezzo il mare e non esiste alcun rapporto scientifico e provato tra il consumo di Xango e le malattie che dovrebbe curare. Durissima la valutazione dell’ Antitrust anche sul sistema di vendita "avente come obiettivo sostanziale quello di inserire nuovi soggetti nello schema di acquisto del prodotto, per i promessi facili guadagni". I venditori più intraprendenti e capaci si mettevano in tasca anche più di 10 mila euro al mese.

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