21 Gennaio 2017

L’ alleanza pubblico/privato per esaltare il Paese dell’ arte

    L’ alleanza pubblico/privato per esaltare il Paese dell’ arte

    Con la cultura si mangia. E anche bene. Tutto dipende dal cuoco. Ed è intorno a questa provocazione (e la mpresenza dello chef Massimo Bottura) che gira l’ ultimo libro di Marina Valensise (La cultura è come la marmellata, Marsilio, pp 144 euro 13). Già il titolo è una sfida perchè riprende uno dei tanti slogan del ’68 alla Sorbona: «La cultura è come la marmellata: meno ne hai e più la spalmi». Un modo per spiegare il paradosso dell’ Italia: è il Paese con il patrimonio più ricco del mondo (non esiste museo appena decente che non abbia una sezione dedicata ai nostri artisiti). Però è incapace di valorizzarlo. Il made in Italy funziona per il cibo, il design, la moda. Assai meno per i libri, i film, la cultura. Una debolezza che sconta un doppio pregiudizio: quello di destra che sostiene (secondo una famosa battuta di Giulio Tremonti ministro dell’ Economia) che «con la cultura non si mangia». E quello di sinistra secondo cui essendo il patrimonio culturale un “bene comune” non può che essere gestito dallo Stato. La convergenza delle preclusioni sta mandando in pezzi le nostre ricchezze. Un po’ come se gli arabi si ostinassero a tenere il petrolio sotto terra. Inconcepibile. Eppure noi italiani ci riusciamo. Pompei crolla? Ma Pietro Salini, gran capo del gruppo Impregilo, per anni non è riuscito a trovare il modo per dare venti milioni allo Stato. E che dire di Diego Della Valle, gran capo della Tod’ s, che ha dovuto ottenere una sentenza del tribunale per avviare, a sue spese, il restauro del Colosseo. Di traverso si erano messi il Codacons e la Uil Beni Culturali, a cui si è aggiunto il parere dell’ Antitrust e le indagini aperte dalla Procura di Roma e dalla Corte dei Conti. Per non parlare della Cantina Settesoli di Menfi che, per quasi due anni, ha cercato un modo per finanziare il restauro dei templi di Selinunte. La Regione Siciliana avrebbe volentieri rinunciato a quei soldi, considerati un fastidio senza la cocciutaggine di Vito Varvaro, presidente della Settesoli (un manager che ha girato il mondo prima di tornare in Sicilia). A questo modello Marina Valensise contrappone il «mecenatismo di competenza» come modello di collaborazione fra pubblico e privato. Una sperimentazione che nasce nei quattro anni (2012-2016) da direttore dell’ Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Prestigiosa la sede (il neoclassico Hotel de Gallifet requisito da Talleyrand come ministro degli Esteri). Inesistente l’ utilizzo. Alla fine del mandato la Valensise ha raddoppiato le entrate proprie rispetto alla dotazione statale, accoglie ogni mese giovani artisti italiani in visita, e in omaggio allo spirito del tempo ha pure tenuto corsi di cucina. Si ribalta così il luogo comune sull’ impossibilità di una collaborazione tra pubblico e privato. Nel libro torna a sfilare -come già nelle sale dell’ Istituto- una comunità di piccoli e grandi imprenditori, una galleria vivente della industriosità e vitalità di una cultura italiana che è arte, letteratura, musica, ma anche cucina, moda, architettura, uno stile di vita. riproduzione riservata NINO SUNSERI.

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