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10 Marzo 2018

L’ accusa della Procura: usato asfalto scadente per riparare le strade nella zona di Torre Gaia

Direttori di cantiere che ignorano i capitolati d’ appalto. Fresatrici che sostituiscono la posa del bitume. E, ingrediente capitale, dirigenti pubblici che chiudono tutti e due gli occhi sull’ esecuzione dei lavori. In attesa che la nuova inchiesta sulle buche, avviata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo fornisca risposte, c’ è un processo che racconta l’ effimero dell’ asfalto capitolino e rivela l’ annoso mistero dello sbriciolamento delle strade romane dopo neve e pioggia. É una vicenda per la quale sono a giudizio due imprenditori della Laestra srl (Gianni Cianfarani e Patrizia Berti) più due funzionari del VI Municipio (Alberto Casagrande e Marco Contino). E che ruota attorno al rifacimento del manto stradale di via Acquaroni, fra Torre Gaia e Grotte Celoni. Era il 2013 e secondo i pm che hanno condotto gli approfondimenti, gli imprenditori avrebbero realizzato quei lavori nel più assoluto risparmio, complice l’ inerzia dei due tecnici comunali. Ma come e perché la carreggiata del VI Municipio è diventata il paradigna della ripavimentazione fraudolenta? L’ informativa della polizia giudiziaria, coordinata da Tonino di Maggio, è chiarissima: «Dall’ esame della sola documentazione consegnata – riassumono gli investigatori – si evidenzia che i lavori sono stati variati rispetto al progetto originario e, sostanzialmente, è stato eliminato l’ intervento di bonifica del sottofondo stradale riducendo le opere alla sola ripavimentazione stradale previa fresatura degli strati esistenti e la sistemazione di alcuni tratti di marciapiede e la costruzione di nuova segnaletica». Spieghiamo meglio: da una verifica sui documenti della Laestra srl è emerso che l’ impresa di Cianfarani e Berti lavorava in superficie anziché in profondità, utilizzando la fresatrice per levigare l’ asfalto anziché rimuovere il «manto bituminoso» usurato e ripristinarlo con uno nuovo che avrebbe richiesto l’ impiego di altro bitume (operazione che avrebbe fatto lievitare i costi). Ulteriori controlli presso le ditte di smaltimento del materiale da cantiere hanno confermato che l’ impresa rifiniva più che ricostruire. Ma non solo: «Cinfarani (responsabile del cantiere, ndr ) – scrivono gli investigatori – asseriva di non aver mai preso visione del progetto esecutivo e dei relativi elaborati grafici». Istruito sul modo per risparmiare sul bitume, il responsabile procedeva a oltranza senza badare agli accordi. Il metodo funzionava in assenza di controlli: «Nel secondo tratto di via Acquaroni, invece – scrive la pg – venuta a conoscenza dei controlli in atto, l’ impresa esecutrice si è verosimilmente vista costretta a procedere alla rimozione di un più ingente quantitativo di manto bituminoso usurato nel tentativo di minimizzare possibili contestazioni in sede di carotaggio o collaudo dei lavori». Che il bitume sia l’ ingrediente che manca alla viabilità capitolina è sostenuto anche dai consumatori: le analisi richieste dal Codacons su un campione di asfalto stradale prelevato a Roma e realizzate da un laboratorio tecnologico specializzato in materiali da costruzione, fanno emergere che la percentuale di bitume rilevata risulta essere pari al 3,97 %. Un dato ben al di sotto dei limiti di accettazione Anas che vanno dal 4, 5% al 6,1%. Quanto alle responsabilità dei funzionari pubblici c’ è un’ altra inchiesta – stavolta della procura regionale della Corte dei Conti – che le evidenzia. Dall’ indagine, per la quale sono stati citati 16 funzionari del Simu capitolino (Dipartimento di manutenzione urbana ndr ), è emerso come gli stessi funzionari, incaricati di elaborare i capitolati di gara d’ appalto indicassero valori gonfiati, comprensivi di una tangente fra il 2 e il 4% dell’ importo dell’ appalto.
ilaria sacchettoni

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