30 Settembre 2013

Iva al 22%, “stangata” da 12 milioni di euro

 Iva al 22%, “stangata” da 12 milioni di euro

Da domani, a meno di clamorose sorprese, rincarerà il 70% dei prodotti. Si pagherà di più per colpa dello scatto dell’ Iva dal 21 al 22%, una misura di salvaguardia dei conti pubblici che finora il governo era riuscito a rinviare. L’ esecutivo nazionale, invece, strizzerà ancora una volta le tasche degli italiani, già svuotate dalla crisi. Mentre la recessione non si ferma, arriva una botta che Federconsumatori stima in 209 euro l’ anno in più a famiglia. Le circa 200mila famiglie trentine, il calcolo è subito fatto, in questi ultimi tre mesi del 2013 «perderanno» complessivamente 12 milioni di euro. L’ aliquota modificata è l’«ordinaria», quella applicata ai beni e ai servizi quando non rientrano nella categoria del 10% (come capita per esempio ad alberghi, ristoranti e ad alcuni prodotti alimentari) o in quella super-ridotta al 4%, riservata in particolare a pane fresco, burro, latte, frutta, ortaggi, carne, formaggi e ad altri alimenti di prima necessità, medicinali compresi. Subiranno un incremento di prezzo il vino, la birra, i succhi di frutta, gli alimenti pregiati. Lo stesso discorso vale per tutto il settore dell’ arredamento e degli elettrodomestici. Sull’ auto non è esagerato parlare di vera e propria doccia fredda: Iva più cara per acquisto della vettura, pezzi di ricambio, olio e lubrificanti, carburanti per veicoli, manutenzione e riparazioni. E ancora, listini rivisti all’ insù per detersivi, pentole, posate, tovaglioli e piatti di carta, contenitori di alluminio, lavanderia, tintoria, argenteria, gioielleria, bigiotteria e borse. Federconsumatori va oltre e fa capire meglio a cosa si sta andando incontro. Per il vestiario l’ aumento annuo previsto sarà di 81 euro a famiglia. Per un paio di pantaloni da donna si salirà da 69,95 a 71,90 euro (+3%), e per un pullover da 79,00 a 82,00 euro (+4%). Jeans: il prezzo salirà da 122 a 126 euro, con un rincaro del 3%. Il costo di una tuta da bambino aumenterà del 3% (da 49,95 a 51,50 euro), mentre per una polo si passerà da 25 a 26,50 euro (+6%). Prezzi più alti, manco dirlo, per i prodotti per la cura personale, i barbieri, i parrucchieri, gli istituti di bellezza, le gioiellerie e le bigiotterie. Non va dimenticato, poi, il cosiddetto popolo delle partite Iva: i liberi professionisti, infatti, dovranno tener conto nelle loro fatture dell’ ennesima stangata fiscale. Il balzello implacabile ci seguirà quasi ovunque, anche quando andiamo al cinema, in palestra, allo stadio. Ora si teme un crollo dei consumi dovuto all’ incremento dell’ imposta. Tra aprile e giugno scorsi le uscite sono scese nel totale di un ulteriore 3,3% tendenziale. La flessione è generale, il calo più forte (-7,1%) riguarda i beni durevoli quali abiti, elettrodomestici, auto; ma si taglia non poco anche sugli alimentari (-3,3%) e i servizi (-1,8%). Confesercenti è preoccupata: «Con prospettive economiche così fragili, l’ aumento dell’ aliquota Iva al 22% sarebbe un clamoroso autogol. A fronte dell’ aumento dei prezzi, il calo di consumi produrrebbe un minor gettito di 300 milioni invece dei 5 miliardi di maggiori entrate previste dal Tesoro». «Il Governo non ha ancora capito – è il monito del Codacons – che fino a quando non si allenterà la morsa fiscale sui ceti medio bassi ridotti sul lastrico, la ripresa resterà una chimera». Le associazioni dei consumatori così come quelle delle imprese chiedono che arrivi un decreto che scongiuri in extremis una misura giudicata dannosa e controproducente: il tempo sta per scadere.

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