“Italia soffocatadai monopolisti”
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fonte:
- Il Secolo XIX
Roma. I consumatori rischiano di pagare la crisi due volte. L’allarme è stato lanciato ieri alla Camera dal presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà che nella sua relazione annuale ha puntato il dito contro monopoli e intrecci di interessi in grado di scaricare sulle spalle e sulle tasche del cittadino-consumatore i costi diretti e indiretti della crisi. Nel mirino di Catricalà sono finiti i soliti noti: banche, assicurazioni, petrolieri e tutte quelle situazioni che stanno tagliando l’erba sotto i piedi della libera concorrenza, approfittando anche delle briglie allentate dalla politica a causa della recessione. Le stesse tentazioni protezionistiche, messe sotto accusa anche dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, contrario a «inopportuni tentativi di restaurazione». «Occorre vigilare affinché i costi della crisi non siano riversati sui consumatori: il pericolo, latente in tutti i mercati, si manifesta in particolare in quelli caratterizzati da intrecci e posizioni dominanti». Nonostante le critiche del Codacons che ha giudicato la relazione toppo morbida con il governo, Catricalà non è stato tenero con l’esecutivo e il Parlamento: le parole dell’Autorità che vigila sul mercato sono anzi risuonate come un duro monito rivolto alla politica per evitare che vadano in frantumi i progressi fatti sul terreno accidentato delle liberalizzazioni. Il pericolo è quello di un ritorno al passato: dalla possibile abolizione delle parafarmacie al diritto di recesso annuale dai contratti con le assicurazioni fino alla cancellazione dei tetti per l’importazione di gas naturale. Non è concepibile una retromarcia a colpi di modifiche in Parlamento. E quindi «va scoraggiato lo stillicidio di iniziative volte a restaurare gli equilibri del passato a danno dei consumatori». Bisogna invece perseverare e resistere nella trincea della concorrenza: «La modernizzazione del quadro giuridico in senso pro-concorrenziale è un processo graduale che richiede perseveranza nel contrastare i rischi di una fenice corporativa alimentata da tutori degli interessi di categoria», ha detto Catricalà. Questa è la linea dettata dall’Antitrust: anche in tempo di crisi, quando cresce la diffidenza nei confronti del mercato, occorre ridare fiato alla concorrenza e riannodare i fili delle liberalizzazioni avviate, che rischiano di arenarsi per «la resistenza di pochi». Le liberalizzazioni hanno molti nemici, non solo in Parlamento ma anche negli enti locali, affetti da «pulsioni vincolistiche» nei più svariati settori di loro competenza: dal commercio ai carburanti, dai rifiuti ai farmaci. Ma nell’ombra lavorano soprattutto i monopoli, che «resistono anche alle riforme già approvate, come in più occasioni hanno dimostrato di saper fare». Non sono bastate le sanzioni per un totale di 83 milioni di euro con le quali l’Antitrust ha punito cartelli e scorrettezze commerciali in risposta alle 3 mila denunce scritte piovute sulla scrivania di Catricalà con un incremento del 75 per cento rispetto a un anno prima. Lo stesso destino del gambero riservato alle liberalizzazioni è toccato anche alla class action: l’azione collettiva a favore dei consumatori era stata introdotta dall’ultima Finanziaria del governo Prodi ma, con il cambio della guardia a palazzo Chigi, è stata prima congelata e poi ridimensionata dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. Catricalà ha rivendicato un ruolo più incisivo dell’Antitrust nell’istituto della class action», uno strumento che in Italia stenta a «trovare la giusta considerazione». Ma soprattutto il presidente dell’Antitrust ha chiesto al governo, senza nominarlo, di non staccare la spina alla class action, rendendola una riforma inoffensiva. «L’anno scorso avevamo auspicato che il rinvio dell’entrata in vigore della legge introduttiva servisse a migliorarla. La soluzione che oggi si profila sembra di segno contrario e le associazioni dei consumatori sono state lasciate sole nell’affermazione di un principio di civiltà giuridica», si è lamentato Catricalà. Altra nota dolente della relazione è quella delle banche: la loro reputazione è«compromessa» e «parte della sfiducia è dovuta alle prassi contrattuali spesso troppo articolate e difficilmente comprensibili». L’unica via d’uscita per gli istituti di credito è di «andare avanti sulla strada della trasparenza, intrapresa solo ora con timidezza». Sotto accusa le aziende pubbliche e i loro rapporti con gli enti locali. Sullo sfondo è rimasto il nodo del conflitto di interessi, difficile da contrastare nella pratica quotidiana. Un giudizio troppo timido, per alcuni. Ma in genere i commenti sono stati positivi. «Relazione perfetta», ha detto il ministro Altero Matteoli.
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