Istat: più uguaglianza economica con il bonus di 80 euro
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fonte:
- Giornale di Sicilia
Senza la mano dello Stato le disuguaglianze economiche in Italia sarebbero ancora più forti. A certificarlo è l’ Istat, che sottolinea come le politiche di redistribuzione del reddito, attraverso tasse e sussidi, abbiano «significativamente» abbassato i divari. E, stando alle simulazioni dell’ Istituto, gli ultimi interventi, dagli 80 euro alla quattordicesima, «hanno aumentato l’ equità». Effetti che si fanno sentire per i più anziani e non per i giovani. «L’ intervento pubblico», soprattutto grazie alle pensioni, riduce di un terzo l’ indice di Gini, misura delle distanze nella ricchezza, rispetto a uno scenario in cui comanda solo il mercato. Il contributo che arriva dalle imposte ha invece una portata più contenuta. Il risultato è che oltre la metà di chi ha redditi familiari azzerati o molto bassi vede migliorata la propria posizione. Recupero più marcato anche per il Sud. Ma gli «effetti indesiderati» ci sono, con peggioramenti anche per il 49,6% di chi ha redditi medio bassi. Tra i vincitori ci sono sicuramente le famiglie anziane. Al contrario i giovani e i genitori soli sono i «meno tutelati». Per l’ Istat gli ultimi provvedimenti rispettano il principio della progres sività: l’ aiuto diminuisce al salire del reddito. Della mensilità in più se ne avvantaggeranno così le fasce più povere. Resta critico il Codacons, mentre per l’ Unc siamo comunque tra «i peggiori in Europa». Secondo la leader della Cgil, Susanna Camus so, parlare di riduzione delle iniquità è solo «propaganda». Il M5s lamenta come alcune categorie, i giovani, siano state «abbandonate». Il Governo difende il suo operato, con la sottosegretaria Maria Elena Boschi, che sottolinea: «Possono continuare a dirci di tutto, ma noi andiamo avanti nel nostro lavoro perché i risultati arrivano». vale, se si considera che, nel 2016, soltanto il «54,1%» dei lavoratori (specie chi opera nei 13 maggiori centri urbani) ha avuto «il privilegio» di svolgere l’ attività nel comune di residenza. Nei grandi agglomerati la quota di occupati residenti, che non deve spostarsi per portare avanti i propri incarichi «sale all’ 86,7%», mentre nelle restanti aree «la maggioranza dei residenti (52,1%) lavora altrove»; le percentuali più significative della capacità di alcune grandi città di non far scappare i propri abitanti si riscontrano a Genova, Roma e Palermo, metropoli in cui, lo scorso anno, i lavoratori con residenza oltrepassavano il 90%. Quella scattata dal rapporto è la «fotografia inquietante» di un Paese che «non attrae», è stato il commento del presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, Rosario De Luca.
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