1 Ottobre 2014

Ipotesi Tfr in busta paga, a rischio cinque miliardi di liquidità per le piccole e medie imprese

Ipotesi Tfr in busta paga, a rischio cinque miliardi di liquidità per le piccole e medie imprese

Analisi del Centro studi di Unimpresa: se nella prossima legge di stabilità sarà inserita la misura che trasferisce negli stipendi la metà della liquidazione maturata nell’anno, una parte dei miliardi delle aziende con meno di 50 dipendenti verrebbe sottratta alle imprese stesse che oggi possono utilizzare tale liquidità per investimenti e sviluppo. Codacons all’attacco: “La crisi non va risolta con i soldi dei lavoratori”
(AdnKronos) – Duplice rischio per le piccole e medie imprese con l’eventuale Tfr in busta paga: da una parte, un possibile problema sulla liquidità delle Pmi; dall’altra, un ricorso al credito bancario da parte delle stesse imprese costoso o inaccessibile.
Secondo quanto segnala Unimpresa, infatti, “con il passaggio del 50% del trattamento di fine rapporto nei salari dei lavoratori sono a rischio 5,5 miliardi di euro di liquidità delle pmi e l’alternativa studiata dal governo per compensare la perdita di denaro fresco nelle aziende, cioè il ricorso al credito bancario, potrebbe rivelarsi costosa o addirittura inaccessibile. Col risultato – spiega l’associazione – che o la liquidità verrebbe a mancare o costerebbe più del tasso di interesse applicato dalle aziende alle liquidazioni”.
L’analisi del Centro studi di Unimpresa è stata realizzata sulla base dell’ipotesi secondo cui nella prossima legge di stabilità potrebbe essere inserita una misura che trasferirebbe, a partire dal 2015, direttamente negli stipendi la metà della liquidazione maturata nell’anno.
Alla cifra di 5,5 miliardi Unimpresa arriva considerando che il flusso annuo totale generato dalle “liquidazioni” dei lavoratori è pari a circa 23 miliardi (stando a dati Covip, Inps e Istat) e che per le imprese con meno di 50 dipendenti – che trattengono il Trattamento di fine rapporto maturato – la fetta corrispondente è di 11 miliardi. La metà di questi 11 miliardi, secondo la misura allo studio del governo, verrebbe pertanto sottratta alle aziende con meno di 50 dipendenti che, oggi, possono utilizzare tale liquidità per investimenti e per lo sviluppo.
Per compensare la riduzione della liquidità il governo potrebbe facilitare convenzioni tra banche e imprese con l’obiettivo di agevolare forme di credito specifico.
Tuttavia, gli interessi praticati dalle banche per questi finanziamenti speciali potrebbero essere più alti del tasso che le aziende riconoscono ai dipendenti al momento del pagamento delle liquidazioni. Ne consegue che sul bilancio potrebbe gravare un costo superiore.
Altro aspetto sono i criteri sulla base del quale verranno concessi questi prestiti: se i requisiti fossero troppo stringenti, alle pmi verrebbe comunque a mancare la liquidità assicurata oggi dal trattamento di fine rapporto.
Per il presidente del Codacons Carlo Rienzi, “resta tuttavia il problema di cosa faranno i lavoratori alla fine del rapporto, quando cioè la loro quota Tfr sarà fortemente ridotta. La crisi economica non può essere risolta con i soldi degli stessi lavoratori dipendenti accantonati negli anni, ma con misure strutturali in grado di aumentare la ricchezza delle famiglie”.
E, in una nota, l’associazione dei consumatori chiede al governo che la misura sia “totalmente finanziata dalle banche attraverso i soldi versati dalla Bce agli istituti di credito, come provvedimento per rilanciare i consumi e aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori senza danneggiare le imprese”. Perché, conclude, il provvedimento “non può pesare sulle tasche delle piccole imprese, già stremate dalla crisi economica”.
Secondo Dino Piacentini, presidente di Aniem, l’associazione delle piccole e medie imprese edili manifatturiere – che raggruppa circa 8.000 pmi aderenti al sistema Confimi Impresa – “se vogliamo attivare subito, senza ulteriori indugi, un’azione strutturale e anticiclica dobbiamo mettere il Tfr in busta paga per intero, magari a titolo volontario e senza tassarlo come la retribuzione ordinaria, ma utilizzando una fiscalità ridotta”.

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