7 Maggio 2011

“Invalido dopo la coronarografia Mi avevano detto: è una passeggiata”

«Invalido dopo la coronarografia Mi avevano detto: è una passeggiata»
 

CERTE cose non si dimenticano. Lui, a distanza di qualche anno, ha tutto scolpito in testa: date, nomi dei medici, la paura provata. Gli avevano detto che la coronarografia era «una passeggiata di salute, invece ho avuto uno shock anafilattico e due arresti cardiaci. Ora sono invalido al 70 per cento, non posso salire le scale, né fare sport e ho sempre le medicine in tasca». Vuole restare anonimo, ma su tutto il resto non lesina particolari. Il suo ‘ calvario’ – legato al laboratorio di emodinamica, finito nella bufera – inizia quando, dopo una visita a Napoli (dove all’ epoca abitava) e una all’ ospedale di Vignola, viene dirottato al Policlinico. Aveva alcuni dolori sospetti al petto e i medici di Cardiologia gli consigliarono una coronarografia. «Mi dissero che nel mio caso era da fare e che non era un esame invasivo. Chiesi: si può morire? Mi dissero di no». Ma, purtroppo, lui ci è andato molto vicino. «Una complicanza – si giustificarono dopo – che succede una volta su mille. Quando infilarono il catetere e iniziarono l’ esame col liquido di contrasto iniziai a tremare e mi gonfiai. Avevo una reazione allergica. A quel punto tolsero subito il catetere e mi riportarono in stanza dove mi curarono. Mi sentivo un fenomeno da baraccone, tutti venivano a vedermi. Poi uno dei medici mi disse che il giorno dopo avrei dovuto rifare l’ esame». Ma la situazione precipita di nuovo. Questa volta nessuno shock anafilattico ma due arresti cardiaci. Da quel momento il 39enne non ha più avuto una vita normale. «La miocardioscintigrafia, un test che prima della coronarografia era risultato negativo, dopo era positivo per ischemia inducibile». Tradotto: «Non posso più fare sforzi altrimenti ho dolori al cuore. E’ da allora che ho conosciuto il vero male al cuore. Prima ero sano, ora invalido». Ma non è finita qui. «I medici del Policlinico mi dissero, dopo tutto quello che era successo, che dovevo rifare per la terza volta la coronarografia e che solo in quel modo avrei risolto i miei problemi. Ci misi un anno a convincermi, ero terrorizzato. Poi, una volta in ospedale, entrò in stanza il medico che mi aveva fatto l’ esame le altre volte. Mi guardò e disse: io ho messo una pezza tre volte, la quarta non garantisco. Io se fossi in lei me ne andrei». E così fece: «Mentre i medici discutevano davanti a me della mia vita, mi alzai con ancora addosso il camicione e presi la porta». Fabio Galli, presidente del Codacons, che sta seguendo anche altri casi, vuole fare un’ azione legale comune. «Chi ritiene di essere stato danneggiato si faccia avanti». Sul fronte penale sta continuando a indagare invece la Procura ‘ scandagliando’ la relazione finale della Regione dove sono elencate le criticità. In molte delle 51 cartelle cliniche analizzate manca il consenso informato, o la firma del medico. «Di 26 pazienti sottoposti a interventi endovascolari extracardiaci, solo in un caso non sono state riscontrate criticità», dice Galli. I revisori hanno giudicato spesso il consenso informato «generico», ma soprattutto, in più casi non hanno condiviso l’ approccio terapeutico parlando di «spregiudicatezza», di dubbi sugli stent e «latenza decisionale». «A questo punto è evidente che bisogna controllarle tutte e non soltanto un campione».

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