Inflazione e dazi affondano Wall Street Il petrolio a Natale verso i 100 dollari
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fonte:
- La Stampa
Cadono in parallelo gli indici di Wall Street e il prezzo del petrolio: a New York il Dow Jones ha perso il 3,10 % a 25.612 punti (con il Nasdaq -4,08% a quota 7422) mentre il greggio Wti americano è arretrato di un 2,40% a 73,17 dollari al barile. Nel caso del petrolio gli analisti del settore dicono che si tratta solo di un fatto temporaneo, dovuto a ragioni tecniche: una pausa nella lunga corsa al rincaro che può portare il barile nel 2019, o addirittura già entro Natale, a 100 dollari. Invece potrebbe essere di natura diversa, e più strutturale, il calo degli indici di Wall Street: gli operatori ritengono che all’ origine ci sia il timore di ulteriori aumenti dei tassi di interesse, necessari per raffreddare un’ economia in pieno boom; cominciano a farsi sentire anche i primi sintomi di inflazione che rialza la testa, e si teme una recrudescenza nella guerra dei dazi con la Cina e con altri Paesi; per tutti questi motivi potrebbe essere alle porte una vera e propria correzione della Borsa america, dopo anni di corsa ininterrotta. Se tale fosse il caso, la correzione avverrebbe nel momento peggiore per il presidente Donald Trump e il suo partito repubblicano, proprio a ridosso delle elezioni di «Midterm» fissate a novembre. Le stesse elezioni, con il loro esito ancora incerto nei sondaggi, possono costituire un fattore autonomo di instabilità che (in una specie di corto circuito) danneggia le prospettive dell’ economia. Ieri sera la Casa Bianca faceva sapere di stare «monitorando i corsi azionari di Wall Street», aggiungendo che «al momento non c’ è preoccupazione»; Trump ha tenuto a dire che «l’ economia americana è forte, la correzione probabilmente è salutare e passerà». Per tornare al petrolio, anche il calo del suo prezzo potrebbe rivelarsi strutturale, e non solo temporaneo, se all’ aumento dei tassi si interesse americani e alla correzione degli indici di Wall Street facesse seguito una recessione economica generale negli Stati Uniti, capace di tagliare anche i consumi di greggio; ma al momento ipotizzare questo scenario sembra prematuro. Intanto sull’ onda del caro-petrolio la benzina ha toccato in Italia un prezzo medio di 1,667 euro al litro (nella modalità self-service) secondo il ministero dello Sviluppo economico; per il gasolio auto il costo medio è di 1,554 euro. Invece i distributori «no-logo» propongono la benzina a una media di 1,648 euro e il gasolio a 1,538. Il Codacons calcola che nel 2018 la stangata sulle famiglie italiane sarà di 8,1 miliardi di euro per i maggiori costi legati al carburante e alle bollette energetiche, senza contare i rincari indotti su tutti gli altri beni e servizi. I movimenti al rialzo dei carburati al distributore seguono quelli del petrolio che ha imboccato la strada del recupero dopo anni di prezzi moderati. In queste settimane i mercati del greggio si fanno condizionare soprattutto dall’ Iran: Donald Trump non solo ha stracciato l’ accordo sul nucleare ma ha anche annunciato nuove sanzioni al regime di Teheran da novembre, In realtà le sanzioni hanno cominciato ad avere effetto ben prima di entrare in vigore, e hanno già ridotto di almeno un milione di barili al giorno la capacità di estrazione e di export del petrolio iraniano; fra un mese le cose andranno anche peggio. In previsione di un ulteriore calo dell’ offerta di greggio, gli operatori di mercato si sono riposizionati aumentando gli acquisti. Il dubbio di avere esagerato li ha portati ieri ad alleggerire un po’ le posizioni, ma il riflusso è stato piccolo, mentre gli analisti avvertono che sono all’ opera tendenze di mercato ben più potenti del dossier iraniano. Così Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: «Dal 2014 a oggi il consumo mondiale di greggio è aumentato di 8 milioni di barili al giorno, fino a raggiungere quest’ anno i 100 milioni di barili. Nel frattempo la produzione non è aumentata in misura adeguata, nonostante l’ afflusso dello “shale oil”, cioè del petrolio da scisto americano, perché gli investimenti mondiali in ricerca e sviluppo di nuovi giacimenti convenzionali, scoraggiati dai prezzi bassi, sono crollati da 860 miliardi di dollari all’ anno nel momento di picco 2012-2014 ad appena 300 miliardi negli anni immediatamente successivi». Adesso c’ è una lenta ripresa, osserva Tabarelli, «ma ormai sono mancati diversi anni di investimenti, che non possono essere recuperati in tempi brevi, e questo sta portando a una strozzatura dell’ offerta di petrolio, mentre ogni anno la domanda globale continua a crescere di 1,5 milioni di barili al giorno», nonostante il continuo boom delle energie alternative. È credibile che il barile arrivi a 100 dollari entro Natale? L’ amministratore delegato dell’ Eni, Claudio Descalzi, getta acqua sul fuoco e auspica «un prezzo ragionevole, fra i 70 e gli 80 dollari»; ma aggiunge che «purtroppo le variabili sono moltissime», e fuori controllo. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
luigi grassia
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