Incubo povertà, le famiglie tirano la cinghia
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fonte:
- la Repubblica
Milano G li italiani comprano meno vestiti, lasciano più di frequente l’ auto ferma in garage, evitano l’ autostrada per non pagare il pedaggio, prendono più di rado l’ aereo, rinunciano sempre più spesso alla sigaretta, preferiscono cenare a casa nel tentativo di risparmiare qualcosa e telefonano sempre meno. Tirano insomma la cinghia. Non tutti. Il Belpaese è diviso in due metà: una “minoranza silenziosa” fatta da chi acquista beni di lusso, non bada a spese e consuma quanto e più di prima, e l’ altra, la maggioranza della popolazione, che va avanti con difficoltà. «Dall’ inizio della crisi alla fine del 2012 – ricorda la Cgia di Mestre – i consumi dei beni durevoli come auto, moto, arredamenti ed elettrodomestici sono diminuiti del 23,7 per cento». Ma dato ancor più preoccupante è quello sulla spesa media per famiglia di prodotti del largo consumo che nel primo quadrimestre del 2013 è stata di 1.137 euro secondo uno studio di Nielsen, con un calo dell’ 1,3 per cento al netto dell’ inflazione rispetto al primo quadrimestre del 2012 (-3,9 su base annua secondo l’ Indicatore dei Consumi della Confcommercio). Per l’ Icc di maggio tutti i settori merceologici mostrano una caduta libera. Inoltre, per diciassette mesi, negli ultimi venti, si è registrato il segno meno. Dati drammatici per il Codacons: «Soprattutto se si considera che gli acquisti in quantità dei beni alimentari sono calati addirittura del 6,2 per cento in un anno e che i minori acquisti di cibo proseguono dal 2007». Le famiglie hanno anche tagliato gli acquisti di tablet e smartphone: «Un altro dato significativo che dimostra – sostiene l’ associazione dei consumatori – che la crisi sta toccando anche i ceti medi». Negativo anche il dato sulla spesa per la mobilità, che mostra su base annua un crollo del 7,5 per cento. Segue il settore dell’ abbigliamento e delle calzature (-6,7 per cento). Il perché del calo dei consumi si capisce dando un’ occhiata ai dati sulla disoccupazione in aumento (solo rispetto a marzo 2013 l’ Italia ha 23mila disoccupati in più). È aumentata la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria. I redditi delle famiglie sono molto più bassi di quanto rilevato nei primi mesi del 2012. La povertà avanza. «I nostri numeri – commenta il direttore del centro studi di Confcommercio Mariano Bella – dimostrano che siamo nel bel mezzo della recessione e tutti i segnali lasciano presupporre un possibile peggioramento dei trend nei prossimi mesi, soprattutto sull’ abbigliamento e gli alimentari. Mentre forse l’ arredamento potrà beneficiare dell’ effetto positivo di provvedimenti che permettono di detrarre un decimo degli acquisti. Mentre la tecnologia per la casa (pc, tablet), settore che l’ aveva “fatta franca”, inizia a dare segnali che non lasciano prevedere niente di buono». Non solo si consuma di meno, lo si fa anche in maniera diversa rispetto al passato. Cambiano le abitudini degli italiani che si rifugiano sempre più spesso nei discount. «Continuano invece a perdere fatturato gli ipermercati, – prosegue Bella – ma anche i supermercati di dimensioni più piccole e il negozio che noi chiamiamo distribuzione di prossimità». Male anche il fatturato del canale farmacie (-5 per cento) con 21,1 miliardi di euro in un anno (a marzo 2013 secondo Nielsen). Si va soprattutto là dove si possono acquistare prodotti a prezzo inferiore e si bada meno di un tempo alla qualità. Rispetto all’ anno scorso, la frequenza d’ acquisto è in flessione (si va a far la spesa 48,8 volte in un trimestre) e lo scontrino rimane pressoché stabile a 23,29 euro per atto. Gli italiani stanno adottando delle vere e proprie strategie per far quadrare i conti. Quasi sei su dieci cercano di risparmiare acquistando gli alimentari più economici spiega Nielsen (non a caso aumentano le vendite di prodotti a marchio del distributore). Poco più di sei italiani su dieci invece cercano di risparmiare sui pasti fuori casa: si rinuncia alla serata in ristorante o in pizzeria. E quasi sette su dieci per arrivare a fine mese riducono le spese di abbigliamento, ancor più di quanto facevano nel 2012. E questo ha portato nuove chiusure di negozi. Lo dicono i dati di Federmoda Italia, l’ associazione di categoria affiliata a Confcommercio, intenzionata a chiedere lo stato di crisi. Chi se la passa peggio secondo Federmoda sono i negozi multimarca, sempre più snobbati dai consumatori che sembrano preferire il monomarca o addirittura l’ acquisto online. Se nel 2011 il totale delle aziende del comparto abbigliamento, calzature, pelletteria, accessori, tessile per la casa e abbigliamento sportivo ammontava a poco più di 141mila, a marzo del 2013 è sceso a 134mila e quattrocento. E quest’ anno le chiusure parrebbero in aumento. Da più parti (Confcommercio, Codacons, Cgia di Mestre) si chiede al governo di tagliare la spesa pubblica (gli sprechi), e di abbassare le tasse su famiglie e imprese. Ma soprattutto si dice no all’ aumento dell’ Iva. Secondo il segretario della Cgia di Mestre è preferibile tenere così l’ imposta sul valore aggiunto che ridurre il cuneo fiscale: «Se dal primo luglio questa aumenterà dal 21 al 22 per cento – avverte Giuseppe Bortolussi – è da ritenere probabile, visto il perdurare di questa situazione di crisi, che la spesa delle famiglie diminuirà ancora, con effetti molto pesanti soprattutto per le casse di artigiani e commercianti che vivono quasi esclusivamente di domanda interna». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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