22 Novembre 2009

IN TEMPO di crisi economica cambiano anche le abitudini sanitarie?

IN TEMPO di crisi economica cambiano anche le abitudini sanitarie? Parrebbe di sì: se incombe la rata del mutuo, se scadono le bollette, la prevenzione sanitaria salta un gradino sotto nelle priorità; oppure ci si rivolge a quella prevenzione che rientra nei canoni della gratuità. I più colpiti le categorie al margine della tenuta sociale e gli stranieri: tra di loro, pochissimi, quando stanno bene, fanno prevenzione sanitaria. «Se c’è buona salute dice Silvia Bellin della Caritas le priorità sono altre, il lavoro, l’affitto; solo alla comparsa di una sintomatologia pensano a trovare una cura». E indagini dell’Inail in territori limitrofi dimostrano che solo il 40% delle donne straniere fa con abitudine il pap test o la mammografia. Si affronta il problema quando c’è. Ma i fatti nuovi della crisi in atto sembrano due: l’allargarsi delle fasce di popolazione che accantonano per lunghi periodi la diagnostica preventiva e le difficoltà che possono derivare perfino in chi ha un reddito consolidato e deve pagare il ticket o sottoporsi a interventi a pagamento, come le cure dentarie. Un apparente paradosso, ma cambiano le priorità. «Magari si sceglie di aiutare prima e a prescindere un figlio senza lavoro», dicono alla Caritas.  «Insieme a carne, pesce, frutta e verdure fresche, in questa fase della crisi le spese sanitarie risultano tra quelle più sacrificate da parte delle famiglie rodigine», lo sostiene Chiara Crivellari, responsabile del Codacons per il basso Veneto, che aggiunge «la nostra percezione diffusa è che chi ha problemi di lavoro prima pensi al mutuo, alle bollette accantonando il resto». E si spende meno pure in farmacia: «I clienti – dice Erina Arduin, presidente dell’ordine dei farmacisti della nostra provincia – acquistano oggi i prodotti farmaceutici in modo più oculato, sono attenti a vedere se in casa hanno qualcosa che possa sostituire la prescrizione. Non saprei quantificare, ma in questa fase in farmacia certamente si spende di meno». Se non c’è da lanciare l’allarme poco ci manca. Perché le difficoltà cominciano a colpire anche quella fascia del vecchio «ceto medio» (.non esiste più, è evidente) che paga il ticket. Una mammografia viene a costare 36,15 euro ed è, a certi livelli di età e di rischio, una prassi annuale. Se la sfortuna vuole che ci siano dei dubbi nell’esame radiografico, si può fare una biopsia che costa 25,30 euro per la prestazione, e 36,15 per l’esame diagnostico: totale 97,60 euro! I comuni "esami del sangue", sommati magari al controllo delle urine, classici test di prevenzione, possono mediamente costare più di 50 euro. E non parliamo delle cure ai denti: una pulizia dentistica in ambulatorio privato si colloca mediamente tra i 70-90 euro.e se poi ci fossero guai, dio ci scampi! E’ pur vero che anche le Asl polesane adottano programmi di screening gratuiti per gravi patologie diffusamente a rischio, come il tumore al colon, all’utero e alla mammella. E l’aumento delle adesioni al programma di screening fa, da un lato, ben sperare in una più diffusa area di prevenzione, ma, dall’altro, conferma, forse, che è meglio oggi per i polesani rivolgersi ai servizi gratuiti delle Asl piuttosto che programmare autonomamente interventi di prevenzione. Anche perché un programma personalizzato di prevenzione concordato con il medico di base e che non abbia delle emergenze dichiarate deve fare i conti con i tempi della diagnostica territoriale: si va a luglio 2010, ad esempio, per una colonscopia all’Ospedale di Rovigo. Oppure resta la strada della libera professione: ma qui i costi ovviamente schizzano in alto.

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