«Impossibile dimenticare i volti degli anziani in chiesa»
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fonte:
- il Tirreno
ISOLA DEL GIGLIO «Se avessimo avuto più collaborazione da bordo avremmo potuto salvarli tutti», è questa una delle frasi più significative della lunga intervista al comandante della Capitaneria Gregorio De Falco, una delle “Voci” del libro. Tutte le testimonianze de “Le voci della Concordia” sono state raccolte incontrando i protagonisti, in un lavoro durato quasi due anni di Angela Cipriano che si è laureata a Siena con la professoressa Donatella Cherubini, con una tesi dal titolo “I media e il caso Costa Concordia nei racconti dei protagonisti, il ruolo della redazione di Grosseto del Tirreno”. Fra le voci esclusive quella di Concetta Virzì, sorella di Luisa, una delle 32 vittime. «A volte penso a cosa sarebbe cambiato se solo fosse salita prima su una scialuppa, ma lei non se la sarà sentita di lasciare rientrare da sola in cabina la sua amica. In quei drammatici momenti mi hanno raccontato di averla vista piangere, sarà stata terrorizzata, anche perché non sapeva nuotare». E Kevin Rebello, fratello di Russel, l’ ultima vittima ritrovata sulla nave, parla di Francesco Schettino: «Io e la mia famiglia non siamo persone vendicative. Siamo molto cattolici, per cui lo abbiamo perdonato per il suo errore. Con i miei parenti non parliamo mai di Schettino, non serve a riportare mio fratello indietro o a cambiare quella notte. Per noi perdonare significa anche dimenticare». Toccanti le parole di due naufraghe, Patrizia Perilli e Ester Percossi, che raccontano i momenti di panico sulla nave dopo l’ impatto con lo scoglio: «La nave è molto inclinata – dice Patrizia – e la sensazione del pavimento che ti scappa da sotto i piedi è terribile, è impossibile camminare dritti. Si scivola, e dobbiamo reggerci ai corrimano». «Sono stravolta, sto raggiungendo il ponte d’ imbarco per le scialuppe – racconta Ester -. Nella calca gli altri passeggeri mi tirano i capelli e mi strappano i vestiti. Non ci sono leggi se non quelle per la sopravvivenza. I momenti che mi separano dalla salvezza sono interminabili. Non capisco come mai non ci facciano scendere». Poi il Giglio accoglie i naufraghi. E il sindaco Sergio Ortelli coordina i primi soccorsi. Mentre il parroco, don Lorenzo, apre le porte della chiesa. «Ho cominciato a correre verso la punta del molo – dice Ortelli – per capire cosa stesse succedendo. A quel punto le scialuppe erano già una decina con centinaia di persone che, di lì a poco, si sarebbero riversate su un budello di terra che sicuramente non le avrebbe potute contenere tutte. Uno dei primi interrogativi che mi sono posto è stato come trovare il modo per smaltire tutto quel flusso di naufraghi». E ancora: «La nostra comunità quella notte non ha solo rappresentato lo Stato di fronte al mondo, quando ha soccorso migliaia di persone: ha anche salvato la faccia a una Compagnia italiana che aveva perso l’ immagine, oltre alla rotta». «Ricordo i tanti vecchi distesi o seduti sulle panche, infreddoliti – racconta don Lorenzo Pasquotti -. Impossibile dimenticare i loro visi tristi, disorientati. Non sapevo cosa fare per portar loro conforto, la comunicazione era resa difficile da tutta quella babele di lingue e religioni. Inizialmente c’ erano anche dei bambini. Ricordo che mi venne l’ idea di salire in casa prendere un sacchetto di caramelle, sa di quelle che ti regalano a Natale? Me le misi in tasca e cominciai girare per la chiesa distribuendole con un sorriso». Dopo l’ impatto con le Scole e lo “spiaggiamento” a Punta Gabbianara lunghi mesi sono stati impiegati per preparare il progetto per il raddrizzamento e la rimozione nella nave. In un primo tempo pareva dovesse andare a Piombino, poi è stata scelta Genova. Un lavoro seguito da vicino dall’ ex capo della Protezione civile, ora prefetto di Roma, Franco Gabrielli: «Quella con i gigliesi – dice nella sua intervista – è stata una delle esperienze più belle e più significative di tutta la vicenda. Ho avuto un rapporto molto forte con tutta la popolazione che si è fidata di noi. Abbiamo risposto cercando di essere sempre molto trasparenti e onesti con tutti gli abitanti. Non abbiamo mai mistificato, edulcorato la realtà per renderla più gradevole. Abbiamo sempre detto le cose così come stavano e questa è stata una decisione vincente, anche se a volte siamo stati criticati». La terza sezione del libro è dedicata al processo, fino alla sentenza di primo grado che ha condannato Francesco Schettino a 16 anni e un mese. Da una parte il pm Alessandro Leopizzi non ha dubbi sulle responsabilità: «Questo non è un mistero come Ustica, quella notte si verificò a bordo un generico Si salvi chi può, i passeggeri si accalcarono sulle passeggiate per lasciare la nave. Fu la notte delle streghe». Dall’ altra le parti civili allargano il tiro, coinvolgendo un intero sistema che non ha funzionato: «Stride molto alle coscienze il processo ad un solo imputato – dice Giuliano Leuzzi, avvocato del Codacons -. Ora l’ Italia è in festa per la condanna ma chi è in quest’ aula non dovrebbe esultare e non abbiamo trovato niente di mirabile nella requisitoria dei pm. L’ interesse della giustizia non deve essere quello del popolo. Che Schettino vada in carcere non serve se non si capisce perché 32 persone sono morte». «In questa vicenda, per riprendere Sciascia – spiega l’ avvocato Alessandra Guarini -, sono rappresentate tutte le categorie umane: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, che sono stati i soccorritori e i gigliesi. Pochi i mezzi uomini e moltissimi gli ominicchi. Questi furono tutti gli ufficiali presenti in plancia che quella sera nulla fecero per impedire il naufragio, complici silenziosi del comandante e tutti coloro che, a vario titolo, contribuirono a creare quello che è stato il contesto di questa tragedia. E poi ci sono i quaquaraquà, in questo caso Francesco Schettino». ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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