Impatto devastante del Covid-19 su conti pubblici, reddito e potere d’acquisto delle famiglie italiane
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fonte:
- Milanofinanza.it
Impatto devastante del Covid-19 su conti pubblici, reddito e potere d’ acquisto delle famiglie italiane. Nel secondo trimestre di quest’ anno l’ indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al pil è stato pari al 10,3% (0,0% nello stesso trimestre del 2019) . L’ Istat ha spiegato che l’ incidenza del deficit delle amministrazioni pubbliche sul pil è “sensibilmente aumentata rispetto al secondo trimestre del 2019 per la decisa riduzione delle entrate legata alla contrazione dell’ attività economica e per il consistente aumento delle uscite su cui hanno inciso le misure di sostegno introdotte per contenere gli effetti negativi dell’ emergenza sanitaria ed economica”. Il saldo primario delle amministrazioni pubbliche (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo con un’ incidenza sul pil del -5,9% (+4,1% nel secondo trimestre del 2019). Il saldo corrente delle amministrazioni pubbliche è stato anch’ esso negativo con un’ incidenza sul pil del -6,3% (+3,3% nel secondo trimestre del 2019). Complessivamente, nei primi due trimestri di quest’ ano le AP hanno registrato un indebitamento netto pari al 10% del pil, in deciso aumento rispetto al 3,2% del corrispondente periodo del 2019. Nei primi sei mesi, in termini di incidenza sul pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati negativi, pari rispettivamente al -6,3% (+0,3% nello stesso periodo del 2019) e al -6,5% (0,0% nel corrispondente periodo del 2019). L’ Istat ha poi rivisto al ribasso le stime del prodotto interno lordo diffuse lo scorso 31 agosto, dopo la revisione dei conti del 2018 e 2019. Nel secondo trimestre il pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito del 13% rispetto al trimestre precedente e del 18% nei confronti del secondo trimestre del 2019 . I dati diffusi il 31 agosto avevano registrato, invece, cali del 12,8% in termini congiunturali e del 17,7% in termini tendenziali. Il secondo trimestre di quest’ anno ha avuto una giornata lavorativa in meno sia rispetto al trimestre precedente, sia rispetto al secondo trimestre del 2019. La variazione acquisita per il 2020 è pari a -14,8% . Secondo la nuova stima del Governo resa nota questa settimana il pil quest’ anno subirà una contrazione del 9%, in peggioramento rispetto al -8% previsto ad aprile. L’ economia italiana dovrebbe poi crescere del 6% il prossimo anno, del +3,8% nel 2022 e del +2,5% nel 2023 grazie a un piano triennale da 45 miliardi che dovrebbe consentire un’ accelerazione della crescita. Il Governo punta, infatti, a un rilancio degli investimenti pubblici fino al 4% del pil e al piano di investimenti industria 4.0 in particolare. Il debito/pil, atteso al 158% quest’ anno, è visto in calo fino al 151,5% nel 2023. Mentre il deficit/pil al 10,8% nel 2020 dovrebbe calare al 3% nel 2023. Rispetto al trimestre precedente, ha proseguito l’ Istat, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in diminuzione, con cali dell’ 8,5% dei consumi finali nazionali e del 16,2% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni e le esportazioni sono diminuite, rispettivamente, del 20,6% e del 26,4%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per -9,6 punti percentuali alla contrazione del pil: -6,8 punti i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, -2,9 punti gli investimenti fissi lordi e +0,1 punti la spesa delle amministrazioni pubbliche. Anche la variazione delle scorte e la domanda estera netta hanno contribuito negativamente alla variazione del pil, rispettivamente per -1,2 e -2,3 punti percentuali. E si registrano andamenti congiunturali negativi per il valore aggiunto in tutti i principali comparti produttivi, con agricoltura, industria e servizi diminuiti, rispettivamente, del 3,7%, del 20,5% e dell’ 11,3%. Inoltre, nel secondo trimestre la spesa per consumi delle famiglie italiane è crollata dell’ 11,5% rispetto al primo trimestre, mentre il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito del 5,8% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono diminuiti dell’ 11,5% . Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari al 18,6%, in aumento di 5,3 punti rispetto al trimestre precedente. Il potere d’ acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente del 5,6% , beneficiando della dinamica negativa dei prezzi. Si tratta del calo più forte dal primo trimestre del 1999, data d’ inizio delle serie storiche. “Il reddito disponibile delle famiglie ha segnato, dopo il calo del primo trimestre, una contrazione marcata, seppure molto meno ampia di quella registrata dal pil nominale, che si è tradotta in una riduzione del potere di acquisto. Il tasso di risparmio è aumentato fortemente nel secondo trimestre per la decisa contrazione della spesa per consumi finali delle famiglie”, ha sottolineato l’ Istat. Risparmio a fronte di una pressione fiscale che nel secondo trimestre è stata pari al 43,2%, in crescita di 1,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’ anno precedente , nonostante la marcata riduzione delle entrate fiscali e contributive, ha precisato l’ Istituto di statistica. Nel primo semestre la pressione fiscale si è attestata al 40,3% del pil, in aumento di 1,0 punti percentuali rispetto al 39,3% del 2019 per la minor flessione delle entrate fiscali e contributive (-8,6%) rispetto a quella del pil a prezzi correnti (diminuito del 10,9%). Le uscite totali nel secondo trimestre sono cresciute del 6,4% rispetto al corrispondente periodo del 2019 e la loro incidenza sul pil (pari al 60,8%) è aumentata in termini tendenziali di 13,2 punti percentuali. Nei primi due trimestri la relativa incidenza è stata pari al 55,9%, in aumento di 8,5 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019. Invece, le uscite correnti hanno registrato un aumento tendenziale del 7,1% che ha risentito della forte crescita delle prestazioni sociali in denaro (+14,3%), mentre le uscite in conto capitale si sono ridotte del 3,2%. Quanto alle entrate totali sempre nel secondo trimestre sono diminuite in termini tendenziali dell’ 11,5% e la loro incidenza sul pil è stata del 50,6%, in rialzo di 3 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019. Nei primi due trimestri dell’ anno, l’ incidenza delle entrate totali sul pil è stata del 45,8%, in aumento di 1,6 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019. Le entrate correnti hanno segnato, in termini tendenziali, un calo dell’ 11,5%, mentre quelle in conto capitale sono diminuite del 22%. Infine, la quota di profitto delle società non finanziarie, stimata al 39%, è diminuita di 2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e il tasso di investimento delle società non finanziarie è aumentato di 1,0 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, salendo al 22,1%, risultato del calo degli investimenti meno marcato di quello del valore aggiunto. Dati “drammatici”, secondo Massimiliano Dona, presidente dell’ Unione Nazionale Consumatori. Il crollo del reddito disponibile delle famiglie, ha osservato Dona, ha ridotto in povertà il ceto medio, che ormai fatica ad arrivare alla fine del mese. La diretta conseguenza di questa riduzione sono i consumi finali in caduta libera, precipitati dell’ 11,5% rispetto al primo trimestre 2020, con pesanti ripercussioni sul pil. Invece, la minor discesa del potere d’ acquisto rispetto al reddito disponibile, invece, dipende solo dalla deflazione. “Dopo la variazione nulla dei prezzi registrata in aprile, a maggio e giugno sono addirittura scesi su base annua dello 0,2% e questo, come abbiamo sempre sostenuto, è servito a contenere la diminuzione del potere d’ acquisto, anche se anche se troppo lievemente, appena 0,2 punti percentuali”, ha concluso Dona. Per il Codacons la riduzione dei consumi dell’ 11,5% equivale a un crollo della spesa complessiva per 80 miliardi di euro. Una contrazione così forte dei consumi equivale a una riduzione della spesa in media per 3.054 euro a famiglia , un crollo pesantissimo che non potrà essere recuperato nel breve periodo, ha avvertito l’ associazione. L’ andamento negativo dei consumi, infatti, non si ferma con il lockdown e sta proseguendo anche nella Fase 3. Le famiglie, a causa della forte perdita del potere d’ acquisto e del reddito disponibile, continuano a ridurre i consumi anche dopo il lockdown. Ciò produce effetti negativi a cascata, con i prezzi in piena deflazione come conseguenza della minore spesa in Italia. “Una situazione che non è affatto positiva per l’ economia italiana perché consumi fermi e prezzi in picchiata non fanno diventare più ricche le famiglie ma sono la conseguenza delle difficoltà attraversate da milioni di italiani”, ha concluso il Codacons. (riproduzione riservata)
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