18 Aprile 2020

Il tampone nelle Rsa «Tra circolari confuse e 7 giorni per gli esiti»

 

La decisione della Regione Lombardia non è stata certo puntuale e la sua applicazione è risultata tardiva: solo il 9 aprile l’ Ats ha iniziato a mettere in atto le disposizioni che prevedono i tamponi per gli ospiti sintomatici delle Rsa, e anche per gli operatori sanitari, considerandoli finalmente alla stregua dei medici di medicina generale e degli ospedalieri. Il tutto dopo una «strage» di numeri e sofferenza, con 1.100 morti stimati dai sindacati dall’ inizio dell’ emergenza su un totale di 65 case di riposo, e punte del 36% di decessi sul totale degli ospiti, com’ è accaduto a Nembro, con 34 anziani su 87 che hanno perso la vita. Una statistica che trova conferma nei dati di ieri dell’ Istituto superiore di sanità: il 40% della «popolazione» delle case di riposo è contagiato o ha avuto sintomi sospetti, e la provincia più colpita è ancora Bergamo, con una mortalità tra il 18 e il 19%. Una percentuale che, su seimila ospiti, equivale alla stima dei sindacati. Sui primi otto giorni del nuovo percorso, dal 9 aprile fino a ieri, le ricostruzioni lasciano perplessi. Più direttori sanitari parlano per esempio di una riunione proprio del 9 aprile, all’ Ats di Bergamo, in cui tutti i rappresentanti delle diverse Rsa si aspettavano istruzioni e procedure precise per i test, e invece si erano sentiti dire che non c’ era disponibilità di tamponi, nonostante fosse prevista. Il giorno successivo è stato invece comunicato che i tamponi c’ erano, 50 al giorno al massimo per tutte le Rsa, che sono 65, quindi meno di uno per struttura, da suddividere o concentrare quotidianamente in base alle diverse necessità. Con una procedura prevista: il personale li ritira dall’ Ats, li utilizza all’ interno della casa di riposo e li riporta indietro per le analisi, mettendosi poi in attesa dell’ esito. «Nella nostra situazione di territorio più colpito, mi sono sentita quasi fortunata, perché al primo colpo ho avuto 25 tamponi – dice Barbara Codalli, direttrice sanitaria a Nembro -. 25 perché in un primo momento l’ indicazione era di eseguire un doppio test, con due prove a 24 ore una dall’ altra. Poi invece è arrivata la controindicazione: “No, ne basta uno”. E alla fine hanno cambiato ancora». Codalli elenca le note dell’ Ats: del 9 aprile, con indicazione del doppio tampone, dell’ 11 in cui si specificava che con uno solo negativo un operatore sanitario poteva tornare al lavoro, poi del 14 «per dirci ancora che “occorrerà eseguire un doppio test”. Per carità – prosegue Codalli – io di fronte a questa possibilità di esaminare la situazione di chi ha sintomi dico meglio tardi che mai, ma si fa davvero una fatica tremenda». Melania Cappuccio, la direttrice della Rsa Cardinal Gusmini di Vertova, comparsa quasi in lacrime di fronte alle telecamere di Report, risponde ormai solo così: «C’ è talmente tanta confusione sull’ argomento che non sono più interessata a parlarne, faccio fatica ormai». Il punto sono anche i tempi in cui si riesce ad avere un esito del test, che per le case di riposo è fondamentale per fermare definitivamente la lunga serie di decessi, ma anche per rendere di nuovo operativo il personale rimasto a casa in malattia. «Sui tamponi eseguiti a Nembro il 10 aprile ho avuto l’ esito il 15» aggiunge Codalli, che però è anche direttrice a Piazza Brembana: «In quel caso ho potuto farli a 10 pazienti l’ 11 aprile, a oggi (ieri per chi legge, ndr ) non ho ricevuto l’ esito ufficiale. Ho dovuto recuperarlo io entrando nella scheda sanitaria di ognuno (come può fare anche un medico di base tramite la carta individuale) ma dall’ Ats non ho avuto nessuna comunicazione». Tra i molti impegni da assolvere, ieri l’ Agenzia di tutela della salute non ha potuto rispondere alle perplessità dei direttori sanitari delle Rsa, qui riportati. E intanto la Procura di Bergamo ha aperto un fascicolo d’ inchiesta anche sulle case di riposo (dopo quello sull’ ospedale di Alzano): in questo caso si tratta di un atto dovuto dopo l’ esposto del Codacons presentato giovedì, in cui si ipotizzava, oltre all’ epidemia colposa, anche il reato di concorso in omicidio. Le precedenti «visite» del Nas dei carabinieri nelle Rsa non c’ entrano, al momento, con l’ inchiesta appena aperta. Saranno i magistrati a valutare se eventuali documenti acquisiti possano essere d’ interesse. Ieri il segretario provinciale della Cgil Gianni Peracchi, ha ribadito: «Le dichiarazioni della Regione sembrano limitarsi al rispetto formale delle procedure, e non contemplano in alcun modo il proprio livello di responsabilità. Non possiamo accettare che al sistema delle case di riposo vengano genericamente addossate le colpe del disastro che c’ è stato e che la Regione se ne chiami fuori».
armando di landro

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