25 Agosto 2001

Il sacchetto della discordia

ANCHE AD ASTI C?È CHI PROTESTA PER IL COSTO DELLE BUSTE DELLA SPESA ADDEBITATO AL CLIENTE


Il sacchetto della discordia

Asti – Che cosa sarà mai quella voce «shopper» che chiude lo scontrino della spesa? È il nome in gergo «commercialese» del sacchetto di nylon in cui vengono messe le merci acquistate. Anche lo «shopper» viene messo in conto, almeno nella maggior parte dei market. Nei negozi il discorso cambia, solitamente la busta è in omaggio. La cosa ha suscitato perplessità e in taluni casi proteste: perché far pagare la busta, anche solo 100 lire, quando serve a fare pubblicità al supermercato stesso o a un prodotto (quindi ha uno sponsor). Perché non può essere considerato spesa d?esercizio e quindi concesso gratuitamente ai clienti? Non si tratta di cifre astronomiche, ma se si facesse la spesa ogni giorno alla fine in un si pagherebbero 36 mila lire solo per le buste. Da questo, un paio di anni fa il CODACONS, l?associazione a difesa dei consumatori, ha sollevato la questione, ritenendo illegittima la richiesta da parte dei supermercati di 100 lire per ogni sacchetto di plastica. Si partiva dal fatto che nel 1988 una legge introdusse l`imposta di fabbricazione per ogni sacchetto, che i venditori al dettaglio fecero pagare ai clienti. La legge è stata abrogata nel 1993, e molti hanno abbassato il costo dei sacchetti. Per il CODACONS però il pagamento era ingiustificato, costituendo un illecito arricchimento per i supermercati. Lo scorso anno – indica il CODACONS – la Corte di Cassazione (Cassazione Penale 12595/2000) ha sentenziato che far pagare le buste è illegittimo. La questione è stata posta non poche volte anche alle casse dei market astigiani, dove le buste, in genere si pagano 100 lire (ma Sma e Unes chiedono 70 lire). Le posizioni dei direttori sono variegate, anche se tutti concordano nel sostenere che nessuna legge, per ora, impedisce di far pagare le buste di nylon. «Credo sia un equivoco sorto quando c?era l?imposta tassa di fabbricazione – dice Mauro Saglietti dello Sma di corso Alfieri – Quando è stata tolta qualcuno non ha abbassato i prezzi. Ciò non toglie che il sacchetto è una merce, e che nessuno è obbligato ad aquistarla, come non c?è il divieto di usare altre borse portate dal cliente. Io protesterei se fossi obbligato a comprarla, ma non è così». «Che si voglia o no – spiega Santo Cannella, responsabile commerciale del Crai, Gruppo 3A – il sacchetto costa, è un bene di consumo. Anziché polemizzare, i clienti possono portarsi le loro borse da casa. D?altra parte farli pagare è una forma di trasparenza: si potrebbe regalarli e recuperarne il costo aumentando altri prezzi. In realtà nessuno specula sui sacchetti. Per la nostra catena, inoltre, vige la discrezionalità a seconda dei punti vendita. Qualcuno non li fa pagare». C?è anche la questione del costo come deterrente agli sprechi: «Per un certo periodo abbiamo provato a regalarli – spiega Stefano Testolina della Coop – ma abbiamo visto che ne venivano presi troppi. Non è tanto per il costo, quanto per le conseguenze ambientali, a cui la Coop è sensibile: i sacchetti inquinano, per cui abbiamo deciso di arginarne l?uso, e li facciamo pagare». Aggiunge Fausto Curone del «Dì per Dì»: «A noi i sacchetti costano e questo incide sui bilanci; se fossero gratis i clienti non si limiterebbero a prenderne uno, e i costi aumenterebbero sensibilmente. Si fa in fretta a fare i calcoli, oggi vengono usate mille buste al giorno». C?è anche chi non ha ricevuto disposizioni precise ma tende a regalarli: «Solitamente non li facciamo pagare – dicono al Disgros in viale al Pilone – ma è una situazione da chiarire, l?azienda non ha preso decisioni». Una curiosità: qualche tempo fa al mercato di piazza Catena la merce veniva messa in sacchetti con diciture francesi: un modo per risparmiare, recuperando scarti di produzione di aziende d?oltralpe messi sul mercato a basso costo.

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