3 Marzo 2005

Il ring inutile di Bonolis e Tyson

Se uno parlasse come Paolo Bonolis, dopo la sua intervista a Mike Tyson a Sanremo commenterebbe: (a) «aridatece i soldi»; come per tante altre spese Rai, per carità, però era prevedibile che Tyson, un signore condannato per stupro ma pur sempre una celebrità americana, con agenti e pierre, non facesse show imprevisti o picchiasse lo stesso Bonolis in diretta; e mettesse su un modesto spettacolino, completo di «Volare» e di un mezzo rap. Oppure (b) «ammazza che fico»; Tyson, nonostante il copione palesemente predefinito e un tot di buoni sentimenti concordati, è piaciuto a molta gente perché, alla fine della fiera «sincero» e «dolorante». E poi l?attacco al sistema giudiziario americano, agli Stati Uniti che «sono un?azienda che vuol mettere la gente in galera» ha avuto un certo successo tra i telespettatori non neocon e anche all?Ariston. O ancora (c) «amo – nel senso di abbiamo – svoltato»; Tyson è stato comunque un evento del festival, ha prodotto polemiche, era attesissimo, è stato seguito con la dovuta compunzione. Ma era necessario? Vai a sapere. Sicuramente è stato utile, il caso Tyson ha provocato rimostranze di donne dell?opposizione – Telefono rosa – Codacons e molto altro.

Se ne è parlato sui media, è stato garantito che sarebbe andato in onda fuori dalla fascia protetta. Ma poteva anche parlare alle nove, è stato, alla fine, edificante; tatuaggio facciale a parte. Probabilmente ha aiutato l?immagine italiana del pugile, santificato dal presentatore nonostante o forse a causa delle sue disavventure; presentate da Bonolis in chiave edificante, parte di un percorso di redenzione che è culminato con la frase «lei è una bella persona».
Certo, il pugile non è stato messo alle corde. Bonolis gli ha fatto domande imbarazzanti come «dove si sta allenando in questo momento?», lo ha fatto cantare con accentaccio americano rendendolo un epigono di Rocky Roberts; gli ha fatto dire «non sono un uomo spirituale, ma» mentre ricordava il suo maestro-mentore. Alla fine, Tyson non ha fatto una cattiva figura. Ha sudato copiosamente, più che sul ring, asciugandosi spesso. Ha cortesemente risposto eludendo domande scontate tipo «quando pensa di essere stato più amato, e più odiato?», si è fatto lodare in quanto «sereno», «un uomo che ha vissuto, sbagliato, capito». Se Bonolis gli avesse chiesto «la vita è sogno o i sogni aiutano a vivere?» il momento-Marzullo sarebbe stato completo. Ma non è successo, forse per questo gli spettatori sono grati ad ambedue.
D?altra parte, Tyson è sempre stato visto come una combinazione di «Heidi e Godzilla». Non l?ha detto uno degli autori di Bonolis, ma Joyce Carol Oates, scrittrice seria appassionata di boxe. Anche se c?era un altro aspetto della tysonità che il bravo presentatore non ha voluto evidenziare, ma che continua ad affascinare nonostante la condanna e la bancarotta che lo ha portato a Sanremo per far soldi: il Tyson (sempre Oates) che «risveglia nel pubblico l?istinto per la cruda aggressione e la volontà di far male che dimora… nell?animo umano». Istinto e volontà smussati sul palco dell?Ariston; però a certe battute di Bonolis tornavano, uno li avrebbe rivoluti, rispettivamente, sul ring e negli spot del caffè. Ma anche questa è andata, e poteva andare peggio.

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