30 Agosto 2002

Il piano prevede meno ricoveri, più day hospital e lungodegenze

Nel mirino 300 strutture «alla buona»

Il piano prevede meno ricoveri, più day hospital e lungodegenze

Il 12 agosto dello scorso anno il ministro della Salute Girolamo Sirchia annunciò: «A fronte di un centinaio di ospedali all`altezza, manteniamo una dispersione di piccoli nosocomi inadeguati, qualcosa come novecento luoghi di ricovero “alla buona“, incapaci di fornire prestazioni davvero utili e che quindi vanno chiusi». Erano passati quattro giorni dal patto siglato con le regioni, poi travolto e ritoccato soprattutto per colpa della spesa farmaceutica. La battuta sui «900 ospedali (su un totale di circa 1200 in tutta Italia ndr) alla buona» da chiudere“ era certo una provocazione ma conteneva l´idea che il ministro ha della riorganizzazione della sanità italiana per quanto riguarda la qualità, il trasferimento delle risorse e il contenimento dei costi. Infatti il ministro, sostenuto dai dati dell´Agenzia regionale per i servizi sanitari (Arss), un ente tecnico che fa da collante tra periferia e Stato centrale, non vuole tagliare la spesa sanitaria in generale (in realtà chiederà a Tremonti di incrementarla) ma solo trasferire i fondi da una parte all´altra. E precisamente, in tre anni, il 5% delle risorse dovrà essere destinato alla prevenzione a fronte dell´attuale 3,5%; il 49,5% all`assistenza distrettuale contro il 46,7% di fine 2001; il 45,5% agli ospedali rispetto al 49,7% di oggi. Il che vuol dire meno ricoveri, più day hospital, più poliambulatori e in definitiva meno ospedali. E quelli «alla buona», per dirla con Sirchia e secondo l´Arss, sono circa 300. Tutti con meno di 120 posti letto e con un´età media che si avvicina ai 50 anni. In letti fa circa 35000, tutti destinati ai malati acuti. Si tratta di nosocomi vecchi, arretrati dove lo spreco delle risorse è sicuramente maggiore. Sempre l´Arss: a livello nazionale 3 interventi chirurgici di routine su 4 non richiederebbero il ricovero. E l´80% di questi «soggiorni in corsia impropri» si verifica in ospedali di piccole dimensioni. Il problema di Sirchia è reperire 7 miliardi di euro necessari per garantire l´assistenza ai non autosufficienti, che poi sono quasi tutti anziani. E questi 14 mila miliardi di vecchie lire in gran parte dovrebbero servire per creare 28000 nuovi posti letto da destinare alla lungo degenza. E così si spiega la riduzione di quasi 5 punti percentuali destinata agli ospedali. Un piano che, in piccolo, con grosse polemiche ma con risultati più che soddisfacenti, è stato portato a termine in Toscana. Claudio Martini, ora presidente della Regione ed ex assessore alla Sanità, è riuscito a tagliare 53 ospedali in cinque anni. Toscana, Emilia Romagna e Umbria sono le tre regioni che possono vantare conti in ordine nella sanità. Da settembre una speciale task force spedita da Sirchia dovrà fare un giro di ricognizione in tutte le regioni per verificare se i parametri del patto siglato lo scorso anno sono rispettati o almeno tendono ad essere rispettati. Tra questi, c´è da verificare il sistema di acquisto dei farmici e dei biomedicali. Gli ospedali ogni anno spendono almeno 5 miliardi di euro. Con gli «acquisti collettivi» il ministero punta a risparmiare un buon 10%, 500 milioni di euro ogni anno. Ma se i risparmi maggiori dovranno arrivare dalla spesa farmaceutica e dal nuovo prontuario, la razionalizzazione delle risorse avverrà soprattutto grazie alla chiusura di reparti e ospedali sottoutilizzati, di qualità inferiore e in generale di dimensioni ridotte. I cosiddetti «presidi di paese». Le polemiche sono già iniziate. Il deputato dei Verdi Paolo Cento minaccia girotondi attorno alle corsie. Il presidente della Regione Lazio Storace ha risposto per le rime. Il Codacons chiede nuovi ospedali. Quelli iniziati e mai ultimati sono 126 (34 in Sicilia e 22 in Puglia). Posti letto realizzati: zero. Costo per lo Stato: 16.000 miliardi. Di questi tempi quasi una Finanziaria.

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