31 Luglio 2019

«Il panino a scuola non è un diritto» La Cassazione gela 10mila famiglie

Ô Per l’ avvocato Giorgio Vecchione e le famiglia che solo a Torino fanno quadrato attorno al comitato “Caro mensa” le aspettative erano più che buone. La nostra Corte d’ Appello aveva già riconosciuto il diritto al “panino a scuola” e lo stesso procuratore generale della Cassazione aveva di fatto ribadito questo principio in una requisitoria tutta all’ attacco di Comune e Miur. Ieri mattina, però, il colpo di scena: la Suprema Corte ha definitivamente sancito che il pasto domestico non è un diritto soggettivo. In altri termini, i 10mila genitori che hanno abbandonato il servizio di refezione scolastica a favore della “schiscetta” da casa dovranno tornare sui propri passi. Una vittoria del «valore educativo della mensa», secondo Palazzo Civico. Un verdetto che calpesta «i diritti di milioni di cittadini» e addirittura la nostra Costituzione, secondo i ricorrenti e il Codacons. Al netto, ovviamente, di tutte le interpretazioni giurisprudenziali che si porta appresso la sentenza depositata ieri mattina, come nel passaggio in cui sancisce che «il servizio di refeazione è rimesso all’ autonomia organizzativa delle scuole». Insomma, liberi tutti come era già stato dopo il pronunciamento della Corte d’ Appello, con il Miur a spedire circolari su circolari ai presidi? Il punto è che pare difficile immaginare una ulteriore regolamentazione di una potestà che appunto non è un diritto e in nessun modo può influire sulle scelte dei singoli istituti. «L’ istituzione scolastica sottolineano le Sezioni Unite – non è un luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni», ma piuttosto è una comunità con «regole di comportamento e doveri ai quali gli alunni sono tenuti, con reciproco rispetto, condivisione e tolleranza». Peral tro, spiegano i giudici, «i genitori sono tenuti anch’ essi, nei confronti dei genitori degli alunni portatori di interessi contrapposti, all’ adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che economica». La scelta di non avvalersi dell’ insegnamento di religione, addotta dai ricorrenti, non sta in piedi. Piuttosto, «un diritto soggettivo e incondizionato all’ autorefezione individuale, nell’ orario della mensa e nei locali scolastici, non è configurabile». La Cassazione dice anche altro, ovvero che i genitori, anche ricorrendo a un giudice, non possono «influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’ autonomia organizzativa delle scuole», tenendo anche conto dei «rischi igenico-sanitari di una refezio ne individuale e non controllata». Un passaggio che apre uno scenario che si presta a diverse interpretazioni. Per esempio al ritorno a luoghi alternativi ai refettori, come già era accaduto in passato, per il consumo della schiscetta. Il che però sembrerebbe collidere con il principio difeso anche dall’ assessore ai Servizi Educativa Antonietta Di Martino secondo la quale «anche il tempo della mensa è un momento educativo che non può essere scisso dal normale orario scolastico». Da qui il timore preventivo già espresso dal Codacons: «Si creerà soltanto caos negli istituti scolastici che finora avevano lasciato libertà di scelta alle famiglie, e obbligherà i genitori a pagare il servizio mensa con aggravi di spesa enormi a carico dei consumatori».

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