18 Luglio 2006

IL NOSTRO DESIDERIO DI NORMALITà



Progettare il bello urbano, pulire le facciate dai graffiti e spazzare le strade. Sull`ultimo punto, la pulizia di strade e marciapiedi, l`assessore competente ha dichiarato che non c`è niente di più facile, basta che l`Amsa faccia il suo dovere: è come dire che chi l`ha preceduto era un incapace. Siamo arrivati a quella particolare nuova forma di disconoscimento parentale ? o di coalizione – che chiamerei disconoscimento politico. Non resta ne resterà un caso isolato. Quanto ai graffiti, cosa è cambiato nei visceri amministrativi perché si possa credere che le cose cambieranno? Quanto al bello urbano vorrei che ci fossero evitati proclami, esternazioni estetiche, dibattiti sul nulla. Nei giorni scorsi il Codacons ha accusato il Comune per la pessima qualità degli asfalti urbani che si sciolgono al sole estivo: gli scivoli per i disabili sono una specie di trappola dove l`asfalto rammollito dal sole sbrodola verso la carreggiata, le auto in sosta lasciano un`impronta così profonda che ormai certe zone di Milano sembrano una pelle di zigrino. Di pali storti e abbandonati ne abbiamo parlato fino alla noia e, malgrado Sgarbi, l`estetica dei cestini per la carta straccia e i rifiuti non è in cima ai nostri pensieri: puliti e dritti ci bastano per il momento e dovendo pensare ai pali dell`illuminazione pubblica di Corso Lodi li lascerei dove stanno, a futura memoria perché il pericolo delle stravaganze non è ancora passato, anzi. Sembra impossibile che il desiderio di normalità venga continuamente frustrato: il politico italiano più inesistente è e più ambisce lasciare segni di sé. Un Paese pieno di cicatrici. L`arredo urbano, l`insieme di oggetti funzionali per la città e la sua vita, deve rispondere ad un primo requisito: essere il meno visibile possibile, poi il resto. Chi non soffre di complessi da provinciale, sa che la magnificenza civica si manifesta prima di tutto nella cura dei dettagli del vivere quotidiano che assumono valore didattico. Insegnare ai giovani della facoltà di Design del Politecnico, come faccio da qualche anno, a guardare la città costruita senza trasmettere loro messaggi di sconforto e di delusione diventa impossibile, soprattutto se lo scenario sono i dintorni della Bovisa: le eccellenze politecniche – se ancora vi sono – annegano nel disfacimento assurdo di una città malfatta. Per il momento parlare del bello è un`inutile fuga di fronte a più modeste ma apparentemente irraggiungibili cose.

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