28 Febbraio 2019

Il no alle lavoratrici del sesso è per la dignità delle donne

La Corte costituzionale e la legittimità delle prestazioni sessuali a pagamento Il 5 marzo l’ udienza della Consulta sulla libertà di prostituzione professionale L’ esperienza dei quattro Paesi europei dove la legge ha chiuso alle «sex workers» Il 20 febbraio scorso ha compiuto 61 anni; pochi per la pensione, anche in epoca di Quota 100. In questi decenni in tanti hanno provato ad attenuare o addirittura smontare la legge Merlin su diversi aspetti, con proposte di legge (dai Radicali alla Lega Nord, fino al Comitato per i diritti delle prostitute), con due tentativi di referendum (nel 2013 e 2014) e con varie questioni di legittimità costituzionale, finora regolarmente respinte dalla Consulta. Ma non c’ è pace per la legge che nel 1958 mise fine all’ attività delle case chiuse. Il prossimo appuntamento è martedì 5 marzo, quando la Corte costituzionale si riunirà per dibattere su un quesito fondamentale: se a offrire prestazioni sessuali a pagamento è una donna maggiorenne, libera e consenziente, è giusto contestare a chi fa da intermediario tra domanda e offerta il reato di favoreggiamento e reclutamento della prostituzione previsto dall’ articolo 3? La questione è emersa nel 2017 durante il processo d’ appello, tra gli altri, a Gianpaolo Tarantini, l’ imprenditore pugliese già condannato in primo grado per aver procacciato, tra il 2008 e il 2009, escort per le ‘cene eleganti’ di Silvio Berlusconi. In pratica – è la tesi sottoposta dalla Corte d’ appello di Bari al giudizio della Consulta – in presenza di «prostituzione professionale » la legge Merlin cozza contro diversi articoli della Costituzione, tra cui il numero 2 (diritti inviolabili, tra cui, si sostiene, quello di disporre del proprio corpo) e 41 («L’ iniziativa economica privata è libera»). O tto associazioni impegnate nella difesa delle donne hanno chiesto di poter essere ascoltate nell’ udienza del 5 marzo: tutte schierate contro la possibilità che la prostituzione possa essere considerato un lavoro come un altro, e che del corpo femminile si faccia mercato. «In nome del falso mito della libertà sessuale si vuole assestare un colpo alla dignità delle donne», sintetizza l’ avvocata Antonella Anselmo, che porterà nella seduta della Corte costituzionale la voce della Rete per la parità e di altre sei associazioni, da Unione Donne in Italia (Udi) a Salute Donna. Al suo fianco ci sarà un’ altra avvocata, Maria Teresa Manenti in rappresentanza della onlus Differenza Donna. Per tutte loro non ci sono dubbi: la prostituzione è sempre una forma di oppressione e violenza, «che – sostiene Resistenza femminista – colpisce la nostra libertà, la nostra dignità come cittadine, la nostra salute e ostacola lo sviluppo della parità tra le future generazioni di donne e uomini». evidente che ciò che emergerà dall’ udienza pubblica alla Consulta, e più ancora dalla sentenza, attesa entro qualche settimana, condizionerà il dibattito sul tema dei prossimi mesi e forse anni. Soprattutto su un punto: la legittimità o meno del concetto di sex workers (lavoratrici del sesso). Una fattispecie ancora inesistente nelle regolamentazioni del lavoro, ma di cui si parla sempre più spesso, anche in occasione dell’ 8 marzo, e persino nell’ ambito del cosiddetto femminismo libertario, conosciuto nel mondo anglosassone come choice feminism, femminismo della scelta. Una eventuale apertura della Corte costituzionale potrebbe dare nuovo fiato a quanti spingono per «normalizzare» la prostituzione, facendola diventare un laÈ voro come qualsiasi altro, con i suoi luoghi d’ esercizio. Il tutto in virtù di una malintesa libertà di scelta della donna. Altri usano argomenti diversi per arrivare allo stesso risultato: ad esempio il decoro urbano («Via le lucciole dalle strade») oppure la tassazione dei guadagni. Per la Lega, ad esempio, è un cavallo di battaglia: così il 7 febbraio è toccato al senatore Gianfranco Ruta tornare in avanscoperta e depositare il disegno di legge Disposizioni in materia di disciplina dell’ esercizio della prostituzione, in cui si elimina il divieto delle «case chiuse», si richiede l’ iscrizione (ahi, la schedatura delle donne e la totale estraneità degli uomini) in un apposito registro e naturalmente il pagamento di una imposta sul reddito. Un tesoretto appetibile, visto che il giro d’ affari delle 70-90mila prostitute (metà straniere, 10% minorenni, il 65% in strada) in Italia è stimato in poco meno di 4 miliardi di euro all’ anno, con 3 milioni di clienti (dati Codacons). L’ idea di trasformare le prostitute in sex workers è indigesta al mondo cattolico (basti pensare alle battaglie contro l’ ipotesi di uno ‘Stato pappone’ dell’ Associazione Papa Giovanni XXIII), per ovvie ragioni: il sesso, che appartiene alla sfera più intima e relazionale della persona, non può essere oggetto di compravendita. La donna ha pari dignità e valore rispetto all’ uomo e sancire legalmente che il suo corpo possa diventare una merce tradisce questo principio inderogabile. Presumere il loro assenso non cambia la sostanza. E c’ è un altro punto fondamentale: chi sostiene che eliminare la prostituzione dalla strada stroncherebbe la tratta non ha il senso della realtà. L’ esperienza tedesca insegna che è un falso argomento: il 95% delle donne in vendita nei bordelli, legali dal 2002, arriva dall’ Europa dell’ Est. Volontariamente? Solo poche decine su 400mila sono registrate: le altre continuano a vivere nell’ illegalità, nella maggior parte dei casi in condizioni di schiavitù e sempre in balia di ogni perversione maschile. E nemmeno vale l’ obiezione che poiché oggi è facilissimo ottenere prestazioni ses- suali attraverso siti specializzati, tanto vale tassarle. Che non sia una buona motivazione per accettare che il sex work diventi un lavoro come un altro lo ha spiegato magistralmente Rachel Moran nel suo libro-verità ‘Stupro a pagamento’ (2017, Round Robin Editrice): in ogni scambio sessuale, pure consenziente, il denaro nasconde rapporti di potere, subordinazione e degrado del femminile. Non esiste vera libertà nel farsi usare e nel ridurre il proprio corpo a merce a disposizione di un uomo, che grazie al denaro ritiene di essere in diritto di fare ciò che desidera, compresi atti violenti. «Nella prostituzione non viene comprato il sesso, ma l’ abuso sessuale », scrive Moran, che ha introdotto il termine di ‘sopravvissuta alla prostituzione’ contrapposto a quello di sex worker. N on è solo il mondo cattolico, dunque, a fare muro contro la possibilità di «normalizzare » la prostituzione. Non si tratta di auspicare uno Stato etico, che decide ciò che è bene e ciò che è male per i cittadini. Guarda caso, proprio nel Paese della liberté, la Francia, la Corte costituzionale (Conseil Constitutionnel) nei giorni scorsi ha ribadito che l’ acquisto di atti sessuali è sottoposto a un divieto assoluto, pure se è compiuto tra persone adulte e consenzienti in un luogo privato. L’ esercizio della prostituzione, insomma, non può essere considerato alla stregua di una prestazione lavorativa. La sentenza difende la legge dell’ aprile 2016, che fa della Francia uno dei quattro Paesi europei, con Svezia, Norvegia e Islanda, in cui si punisce la domanda di sesso a pagamento, cioè i clienti. Il tema, riaffermato di fatto dal Conseil Constitutionnel, è quello della dignità della persona, inalienabile e universale, a carattere oggettivo e non soggettivo, e della parità tra uomo e donna. «Il legislatore ha inteso assicurare la salvaguardia della dignità della persona umana contro ogni forma di asservimento», si legge nella sentenza. Gli avversari della legge, coloro che ne chiedevano la verifica di costituzionalità, sono rimasti delusi: nessuna violazione della libertà individuale, né di quella d’ impresa o contrattuale. In Francia, in sostanza, il dibattito sulla liceità o meno di un lavoro sessuale legalmente retribuito (e tassato) è stato stroncato da una legge che ha dichiarato guerra al sistema prostituente in quanto tale. Perché in Francia sì, e in Italia no? RIPRODUZIONE RISERVATA

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