Il libero orario dei negozi divide regioni e consumer
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fonte:
- Italia Oggi
È bagarre sulla liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, prevista dall’ articolo 31 della manovra Monti. Da un lato, Toscana in primis (si veda ItaliaOggi del 3 e 4/1/2012), e poi, a ruota, Piemonte, Veneto, Lazio, Puglia e provincia autonoma di Trento hanno dichiarato di esser pronte a fare ricorso alla Corte costituzionale, perché la norma violerebbe la competenza esclusiva in fatto di regolamentazione del commercio assicurata dalla Carta agli enti territoriali. Dall’ altro il Codacons si dice pronto a denunciare all’ Antitrust i governatori riottosi alla liberalizzazione, perché considerati «colpevoli di danneggiare la concorrenza». Meno rigida e univoca la posizione in regione Lombardia. L’ assessore al commercio, Stefano Maullu, sottolinea come in questo campo il Pirellone abbia «già un quadro normativo all’ avanguardia con i suoi 197 distretti del commercio, che interessano 796 comuni». Maullu si dice anche «disponibile a mettere in campo ogni strumento amministrativo e politico per evitare danni al comparto e creare le condizioni per il maggiore equilibrio possibile tra piccola, media e grande distribuzione». Poi l’ assessore avverte: «Evocare l’ immobilismo della regione di fronte a nuove liberalizzazioni degli orari di apertura dei negozi, previste dalla finanziaria Monti, è ingiustificato. E chiamare le categorie produttive a una santa alleanza per difendere le rendite di posizione non è un atteggiamento responsabile». Non la pensa così, invece, il presidente del Consiglio regionale lombardo, il leghista Davide Boni. Secondo Boni anche la Lombardia dovrebbe impugnare il provvedimento dell’ esecutivo sulla liberalizzazione degli orari dei negozi: «Credo che questo provvedimento penalizzi oltremodo le cosiddette imprese famigliari a beneficio invece della grande distribuzione e degli esercizi gestiti da immigrati. Bisognerebbe trovare una formula di equilibrio tra le diverse realtà ed esigenze», ha detto Boni. Sia come sia, ieri dal comune di Milano è giunta una prima risposta alla liberalizzazione, attraverso un provvedimento dirigenziale. Il dispositivo comunale, confermando la situazione attuale, prevede la deroga all’ obbligo di chiusura nelle giornate di venerdì 6 e domenica 8 gennaio, in attesa delle linee di indirizzo della giunta comunale e in attesa che la regione Lombardia disciplini la materia. L’ apertura, nel capoluogo meneghino, sarà consentita dalle sette alle 22 per non più di 13 ore consecutive. Anche in considerazione del fatto che oggi prenderanno il via i saldi in Lombardia. Nel Lazio, invece, lo scontro è proprio tra regione e comune. Se il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha subito dato il suo assenso alla liberalizzazione dei negozi, il governatore, Renata Polverini, sta valutando con i commercianti se impugnare il provvedimento del governo, dopo un invito in tal senso ricevuto con una missiva di Confesercenti. Diversa la posizione di Claudio Burlando, presidente della regione Liguria, secondo cui la liberalizzazione è una occasione da cogliere: «Capisco le preoccupazioni dei commercianti, capisco il loro timore nell’ inserire la liberalizzazione su un tessuto così fragile come quello del piccolo commercio. Ma lasciare tutta la flessibilità alla grande distribuzione sarebbe un errore», dice. Da segnalare, infine, la nota di Federdistribuzione, che avverte: «La libertà di orario per i negozi è già in vigore e vale per tutta Italia, senza bisogno di normative locali». Secondo l’ organizzazione della gdo il decreto legge «è già attuativo dal 6 dicembre e non necessita di alcun recepimento da parte delle amministrazioni locali. Pertanto la legge è di fatto già in vigore». Quindi Federdistribuzione chiosa: «I 90 giorni riportati (dai media, ndr) non riguardano la liberalizzazione degli orari, ma è il tempo entro cui le regioni dovranno adeguare le loro normative in materia di programmazione commerciale urbanistica».
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