5 Novembre 2010

Il festival delle polemiche ad arte

Anche quest’anno ci sono cascati tutti. Puntuale come il canone è arrivata l’ennesima polemica festivaliera. Questa volta a scatenare le reazioni di mezzo mondo politico e televisivo è l’idea di far eseguire l’inno della milizia fascista “Giovinezza” durante la serata dedicata al 150esimo anniversario dell’Unità di Italia per controbilanciare “Bella Ciao” proposta dal conduttore della 61edizione del Festival di Sanremo, Gianni Morandi, in programma su Raiuno dal 15 al 19 febbraio prossimi.

Lanciato il sasso, il Consiglio d’amministrazione di viale Mazzini ha prontamente ritirato il braccio non prima, però, di aver anche tagliato la testa al toro: considerate canzoni troppo politiche, né le note di “Bella Ciao” né quelle di “Giovinezza” risuoneranno tra le quattro mura del teatro Ariston e nelle case di quei milioni di italiani che, siano di destra, siano di sinistra, si sarebbero scandalizzati di certo molto meno che tante prestigiose firme del giornalismo, esponenti di spicco del panorama politico, intellettuali di fama come il presidente onorario dell’associazione “Libertà e giustizia”, Gustavo Zagrebelsky che, con Sandra Bonsanti, è arrivato addirittura a lanciare un appello affinché i telespettatori rinuncino, per protesta, a vedere Sanremo per tutta la durata del festival. Proprio niente di meglio per far sì che la gente inizi, invece, ad appassionarsi alla kermesse sonora fin da ora.

Chi può credere, tra l’altro, all’auspicio espresso dallo stesso Cda della Rai che la decisione di tagliare le due canzoni storiche serva a “evitare le polemiche”? E’ noto che senza di esse una gara di trenta, quaranta cantanti tra big e nuove proposte che si presentano sul palco con canzoni inedite per quattro, cinque serate consecutive, non riuscirebbe mai a decollare e nessuno sponsor verserebbe fior di milioni per accaparrarsi una spazio di trenta secondi.

Per questo la polemica festivaliera arriva sempre a cecio quando i contratti pubblicitari devono essere chiusi: due, tre mesi prima, giusto il tempo necessario affinché, all’apertura del sipario, su Sanremo sia stato già detto tutto e il contrario di tutto. Senza dover andare troppo indietro nel tempo, basta ricordare i precedenti degli ultimi 5 anni, segnati ciascuno da infuocati dibattiti su quello che era il caso, o i casi, creati ad arte per l’edizione in corso.

Come dimenticare i fiumi d’inchiostro spesi qualche mese fa, alla vigilia della fortunata conduzione di Antonella Clerici, sull’esclusione in tronco di Morgan, l’ex cantante dei Bluvertigo ed ex compagno di Asia Argento, colpevole di aver confessato in un’intervista a un mensile di far uso di sostanze stupefacenti a scopo anti-depressivo? Che dire, poi, del polverone sulla canzone dedicata al caso di Eluana Englaro dal cantautore milanese Povia, tanto innocuo nella scrittura dei suoi testi quanto geniale nel sapere sfruttare l’attualità per non passare inosservato nella vetrina sanremese? E se non bastasse, il 2010 ci ha anche riservato l’esordio canoro di un Savoia al fianco di Pupo e Luca Canonici: un trio che ha rischiato di oscurare il ricordo dei tre tenori Pavarotti, Domingo e Carreras.

L’anno prima, il 2009, fu l’Arcigay a fare fuoco e fiamme di nuovo contro Povia per il testo, giudicato omofobo, di “Luca era gay”, storia di un giovane omosessuale che a un certo punto si redime e diventa etero. Per non parlare dell’esposto presentato dal Codacons alle Procure della Repubblica di Sanremo e Roma e alla Corte dei Conti sui compensi di Paolo Bonolis (1 milione di euro) e di Roberto Benigni.

Nel 2008 era stata la funesta previsione del direttore generale della Fimi, Enzo Mazza, ad animare il dibattito: “Entro cinque anni – disse – il Festival chiuderà i battenti”. Staremo a vedere.

Ancora polemiche sui maxi compensi di Baudo e Hunziker (1 milione e 700 mila euro) nell’edizione 2007. Questa volta a insorgere fu addirittura la senatrice di Forza Italia Maria Burani Procaccini con un’interrogazione parlamentare all’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa.

L’anno precedente non si era fatto altro che discutere dell’arrivo, tra gli ospiti, di Arnold Schwarzenegger contro il quale protestò niente poco meno di Amnesty International mentre il 2005, chi se lo scorda più, fu la volta del pugile “strappa orecchi” Mike Tyson.

Difficile credere che dietro a ciascuna di queste polemiche non ci sia regia che scientificamente lavora alla costruzione della polemica festivaliera. Incredibile, invece, che tutti ancora ci caschino.
 

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