22 Gennaio 2016

Il derivato occultato: ecco la bugia di Mps ai mercati

Il derivato occultato: ecco la bugia di Mps ai mercati
2012-2015 –
il fatto scoprì un buco nei bilanci 3 anni fa, ma la banca ha continuato
ad abbellire i conti con un trucco (ora bloccato dai pm) chiedendo 10
miliardi ai soci

Giornata di gloria in Borsa per Monte dei Paschi: dopo aver aver bruciato metà della capitalizzazione in pochi giorni, ieri è tornata sopra i due miliardi a 0,73 euro per azione (+43,5%). Una piccola buona notizia per chi ha in portafogli titoli di Mps, istituto che però ha urgente bisogno di un compratore (secondo Renzi, chiunque sia, “farà un buon affare”). Eppure negli ambienti finanziari continua a prevalere un certo scetticismo sullo stato della banca: se fosse solo questione di prezzo, infatti, il Monte sarebbe già stata venduta. Ad esempio, la recente chiusura delle indagini della Procura di Milano condotte dal Gruppo Speciale Valutario della Finanza sui trucchi contabili usati tra il 2008 e il 2012 (gestione Mussari-Vigni), ha acceso un faro sul comportamento della banca anche negli anni successivi, quelli della nuova Mps risanata anche grazie a 4 miliardi di soldi pubblici (Monti bond). Da Antonveneta a quella nota del 16 dicembre Dai documenti risulta che l’ istituto senese, pur avendo tutte le informazioni, si sia rifiutata fino all’ 11 dicembre 2015 – quando è stata costretta da Consob (assai distratta finora) – a modificare i suoi bilanci registrando come “derivato” l’ accordo Alexandria con la banca giapponese Nomura (chiuso definitivamente a settembre). La conseguenza è che gli aumenti di capitale realizzati nel 2011, 2014 e 2015 per 10 miliardi totali – in gran parte già in fumo – sono stati realizzati sulla base di bilanci “non conformi”, ha scritto Mps. La vicenda nasce, come molte delle difficoltà del Monte, con l’ acquisto a prezzi folli di Antonveneta nel 2007. In buona sostanza, da allora – dicono i pm di Milano – l’ operazione “Fresh 2008” con Jp Morgan era in realtà una sorta di prestito mascherato per comprare l’ istituto veneto, mentre le operazioni “Alexandria” (con Nomura) e “Santorini” (con Deutsche Bank) due derivati che nei bilanci venivano dissimulati per nascondere perdite miliardarie. I reati ipotizzati per i vecchi vertici Mps e alcuni funzionari di Nomura e Deutsche sono, tra gli altri, falso in bilancio e aggiotaggio. Roba passata, si dirà, ma non è del tutto vero. Gli effetti contabili di alcune di quelle “falsificazioni” si sono infatti trascinate almeno fino al 16 dicembre 2015, quando esce un comunicato di Mps: la banca, vi si legge, “ha accertato la non conformità” del bilancio 2014 e della semestrale 2015 e ora si mette in regola. Uno degli effetti sui primi sei mesi dell’ anno scorso è una diminuzione del totale degli attivi di 3 miliardi. Il comunicato tenta di far passare la cosa come frutto delle “nuove informazioni” scoperte dalla Procura di Milano: nel bilancio, “Alexandria” era in sostanza descritto come un deposito di titoli di Stato “Btp 2034” (pronti contro termine), mentre in realtà era un derivato (credit default swap). Questa scelta contabile è stata avallata per anni dalla stessa Consob con effetti migliorativi di vario genere su capitale, riserve, VaR (Value at Risk), etc. Dice il comunicato Mps: il bilancio 2014 era corretto quanto al Cet 1 (Common equity tier 1), un indicatore di solidità patrimoniale. Non era stata una scelta autonoma: la Bce ha riconosciuto “Alexandria” come derivato il 26 ottobre 2014. I vertici Mps, invece, per tre volte nel corso del 2015 si sono rifiutati di correggere i bilanci: solo le “nuove evidenze” della Procura li hanno convinti. Gli ispettori all’ Autorità nel 2012: “È un derivato” Quel che si scopre oggi, però, la Consob avrebbe potuto saperlo fin dal 17 aprile 2012: è in quella data che arriva ai controllori della Borsa una relazione di Banca d’ Italia, in cui si legge che “lo schema dei flussi di cassa (di “Alexandria”, ndr) … replica quello di una posizione short in credit default swap”. E ancora: “La struttura complessiva dell’ operazione rientra nella definizione di derivato”, mentre Mps “ha invece contabilizzato le diverse componenti… disgiuntamente, allocandole in diversi portafogli”. C’ è poi un’ altra cosa curiosa. Il comunicato di Mps del 16 dicembre cita come “nuove evidenze” in arrivo dalla Procura il fatto che i famosi “Btp 2034 non sono mai stati acquistati da Nomura” e dunque Mps non poteva inserirli nei suoi conti. Bizzarra scoperta visto che era scritto nero su bianco in una memoria presentata dai legali della banca giapponese il 1 luglio 2013: Alexandria “è la vendita di un derivato creditizio” e “non richiedeva l’ acquisto dei Btp 2034”, i quali “non sono mai stati effettivamente comprati”. E qui la faccenda si fa imbarazzante. Giuseppe Bivona – ex banchiere in Morgan Stanley e Goldman Sachs, nonché consulente del Codacons proprio per Mps – è un po’ l’ incubo di Rocca Salimbeni: in una segnalazione inviata a Consob e alla Procura di Milano a fine dicembre ricorda con puntiglio che il 28 dicembre 2013 e il 29 aprile 2014 – ben dopo la relazione di Bankitalia e le ammissioni di Nomura e nel pieno regno di Fabrizio Viola, l’ attuale amministratore delegato – “Mps ha confermato l’ esistenza dei Btp 2034 iscritti a bilancio, specificando di averne verificato l’ avvenuto regolamento”. Questa la frase di Monte Paschi citata da Bivona: “Esiste la documentazione dell’ avvenuto regolamento in data 28.08.2009 dei titoli tra Mps e Nomura”. Ce n’ è anche per Giuseppe Vegas e soci: Consob, infatti, ha confermato alla Procura di Milano il 28 dicembre 2014 il racconto della banca sostenendo per iscritto che “la Divisione Mercati ha acquisito documenti comprovanti l’ effettivo acquisto dei Btp citati da parte di Mps”. Qualcuno, insomma, sembra aver preso un abbaglio: sulla questione, comunque, non risultano aperte indagini né in Procura, né in Consob.
antonio massari, marco palombi
 
 

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