22 Gennaio 2009

Il Codacons rilancia l’idea del patentino per gli alpinisti

  I quattro alpinisti morti domenica dopo essere precipitati lungo un canalone sotto l’Aiguille du Midi nel massiccio del Bianco hanno riacceso le polemiche sulla sicurezza di chi va in montagna.  A tuonare questa volta è stato il Codacons: «Quanti morti ci devono ancora essere – si chiede in una nota il movimento dei consumatori – prima di rendersi conto che è necessario intervenire per arginare questa escalation di tragedie?».  La soluzione giusta, sempre secondo il Codacons, è modificare una legge approvata nel 2003.  «E’ incentrata sulla pratica dello sci di fondo e discesa – sostengono i responsabili del Codacons – ma andrebbe estesa anche alle scalate». In qualche modo, si dovrebbe arrivare a una sorta di «patentino», almeno per chi decide di affrontare le scalate più difficili. «Un conto è la necessità di avere del sale in zucca quando si scala una montagna – dice Andrea Perrod, direttore del Soccorso alpino valdostano – un altro è pensare a una legge. Se viene approvata una normativa, ci deve essere chi la fa rispettare. Cosa impossibile in un ambiente aperto come quello di cui stiamo parlando». A non convincere Perrod è anche il paragone con lo sci. «Sulle piste ci sono anche la forze dell’ordine – dice – che fanno quello che possono. Figuriamoci in un ambiente come l’alta montagna». Perrod sottolinea la necessità di curare al massimo la sicurezza. «Bisogna affidarsi a professionisti esperti – dice il direttore del Soccorso alpino valdostano – aggionarsi sulle tecniche, seguire la formazione». Secondo Perrod, «non è possibile paragonare l’ambiente di fondovalle con quello delle quote alpinistiche. Anche le migliori competenze tecniche possono essere insufficienti. La meteo e i pendii possono cambiare in modo repentino, l’esperienza è fondamentale». Conclude Perrod: «Sotto l’onda emotiva delle tragedie arrivano molte prese di posizione, talvolta di chi conosce poco l’ambiente». «Mai sentirsi esperti» «Chi vuole affrontare certe difficoltà in montagna deve necessariamente affidarsi agli esperti. Ma soprattutto credo che ogni alpinista, preparato o meno, debba conoscere le proprie capacità i propri limiti in relazione al percorso scelto» dice Felice Darioli, responsabile della Decima delegazione del Soccorso alpino «Valdossola». «Ci vuole maggior preparazione – aggiunge – ma anche uno studio più approfondito della montagna che si vuole scalare. A certe quote e in certi periodi dell’anno, il minimo problema si trasforma in grave difficoltà e poi in tragedia. Non solo gli escursionisti improvvisati ma anche gli "esperti" che scelgono percorsi difficili, impegnativi, devono sapere che i rischi vanno prevenuti con più informazione. Se poi guardiamo all’attrezzatura notiamo che troppe persone affrontano la montagna in modo inadeguato. Nello sci alpinismo, ad esempio, tutti dovrebbero essere dotati di Arva, sonda e pala per intervenire in attesa che arrivi il Soccorso alpino». I contrari «Non condivido la proposta di un ”patentino” per gli alpinisti che affrontino vie particolarmente impegnative – dice Mauro Manfredi, già presidente de «Le Alpi del Sole», federazione che raggruppa le sezioni del Club Alpino della provincia di Cuneo -. Serve invece un’opera di sensibilizzazione, di informazione e ”formazione” di chi va in montagna, ai vari livelli. Perché ci sia la consapevolezza di quali sono le difficoltà da affrontare, e se siano commisurate alla preparazione fisica e tecnica di ciascuno. In questo senso il Cai deve continuare e se mai rendere più efficace il ruolo educativo che svolge fra i propri soci e non soltanto».

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