4 Agosto 2015

Il Cocoricò si ribella «Rischiamo il crac» Ma ora arrivano altri guai dal fisco

Il Cocoricò si ribella «Rischiamo il crac» Ma ora arrivano altri guai dal fisco
il
titolare: «non si risolve così il problema, e duecento famiglie
resteranno senza lavoro». la finanza ipotizza: evasi 10 milioni.

IL CASO BOLOGNA «Je suis Cocoricò». L’ omaggio è una scritta che compare in una foto su facebook: poche strisce grossolane di polvere bianca, modellate con una carta di credito. Si legge anche questo in rete nella marea di commenti postato sulla pagina «Riapriamo il Cocoricò», una petizione a cui aderiscono, almeno online, oltre 51 mila persone. Da due giorni il mondo della notte, e non solo, si sta mobilitando contro i 120 giorni di stop decisi dal questore di Rimini, Maurizio Improta, dopo la morte di un sedicenne che aveva assunto ecstasy all’ interno del locale. «PUNITI NOI, NON IL PUSHER» «Chiudere oggi il Cocoricò non serve a nulla», ha dichiarato Fabrizio De Meis, presidente del Rimini Calcio e ormai ex manager del divertimento, visto che dopo la morte del ragazzo di Città di Castello ha lasciato la carica di amministratore del Gruppo. Ha dovuto convocare una conferenza stampa a Roma, la città dove 10 anni fa allenava i giovani del Tor di Quinto. Il “Cocco”, sottolinea De Meis, rischia di non riaprire più con «200 famiglie che si ritroveranno senza lavoro». Con «una perdita di utili di 1,5-2 milioni di euro». Aggiunge De Meis: «Poco tempo fa abbiamo proposto di approvare una normativa che prevedesse l’ applicazione di un Daspo per chi avesse spacciato o usato droghe e l’ utilizzo di un tampone all’ ingresso dei locali per verificare che gli avventori non avessero già assunto droghe». Intanto però annuncia il ricorso al Tar, e il Codacons ha risposto con contro-ricorso a difesa del provvedimento della Questura. «Ancora mi chiedo perché il presunto pusher sia libero, mentre la discoteca è chiusa», afferma Maurizio Pasca, presidente del Silb, il Sindacato italiano locali ballo, che ha contestato apertamente lo stop di quattro mesi del “Cocco” per cui si sono mossi anche deejay blasonati. Claudio Coccoluto non ravvisa nel locale una centrale della droga: «Non credo che uno spacciatore sia affezionato al Cocoricò e ora che è chiuso decida di mettersi in pensione». Persino a San Patrignano levano gli scudi: «Ormai ovunque è possibile devastarsi con superalcolici o procurarsi stupefacenti di ogni tipo» e ricordano che lo scorso 26 giugno, il Cocoricò ha organizzato una serata per i 1500 ragazzi di San Patrignano. I GESTORI E LE TASSE Ma i responsabili della comunità si sentono soli in questa battaglia: «Occorre trovare finanziamenti – dicono – per sostenere il ministero dell’ Istruzione e il Dipartimento politiche antidroga attraverso progetti di educazione e prevenzione». Ma la chiusura non è l’ unico problema che deve affrontare la “piramide” di Riccione. Sul locale balla anche l’ ipotesi di un’ evasione fiscale milionaria. Alla consolle c’ è la Guardia di Finanza di Rimini che un paio di mesi fa ha concluso una verifica sulle passate gestioni della discoteca che a partire dal 2010 fino a tutto il 2013 avrebbero sempre chiuso in perdita a fronte di un reddito imponibile, quindi di soldi entrati nelle casse, che superano i 10 milioni di euro. Due passati amministratori risulterebbero indagati Stefania Piras © RIPRODUZIONE RISERVATA.
stefania piras

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