22 Giugno 2016

I veleni dell’Ilva, i morti di Taranto. Processo per 47

I veleni dell’Ilva, i morti di Taranto. Processo per 47

Alla sbarra ci sono 47 imputati: 44 persone fisiche e tre società. Numerosi i nomi noti: i fratelli Fabio e Nicola Riva della proprietà Ilva (oggi in amministrazione straordinaria), l’ex governatore Nichi Vendola, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, l’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà, gli ex direttori di stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo. Il processo che dallo scorso mese di maggio si celebra nell’aula Alessandrini del tribunale di Taranto si chiama “Ambiente svenduto” e riguarda il disastro ambientale provocato dall’Ilva, il colosso che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio.

Ma se l’Ilva è sotto processo a Taranto, l’Italia è finita nel frattempo sotto processo a Strasburgo. Destini incrociati, quelli della città e della nazione, che riaffermano il dilemma tra diritto alla vita e diritto al lavoro, tra produzione e impatto ambientale, tra profitto e sicurezza. Da Strasburgo è infatti arrivata nei giorni scorsi la notizia che lo Stato italiano è formalmente sotto processo di fronte alla Corte europea dei diritti umani con l’accusa di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto e dei comuni vicini dagli effetti negativi delle emissioni della fabbrica con sede in Puglia.

Le denunce erano state presentate tra il 2013 e il 2015. Alcuni cittadini rappresentano i congiunti deceduti, altri i figli minori malati. Nel ricorso sostengono che «lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l’a mbiente e la loro salute» e contestano al governo il fatto di aver autorizzato la continuatenzione, zione delle attività del polo siderurgico attraverso i cosiddetti decreti “salva Ilva”. Concetto, peraltro, espresso anche dal governatore della Puglia Michele Emiliano a margine della prima udienza del processo per disastro ambientale. La Regione si è costituita parte civile e la presenza di Emiliano in aula ha catalizzato l’at quasi spostando la scena. Perché tra gli imputati c’è anche il suo predecessore Vendola, fondatore di Sel, che della questione ambientale a Taranto aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. «Questo non è – ha spiegato Emiliano ai giornalisti dopo un’iniziale (e per lui inconsueta) reticenza – un piccolo processo per limitati episodi di inquinamento ambientale. Bisogna sanare un’apparente incongruità: com’è possibile che un impianto continui a funzionare nonostante la magistratura accusi i precedenti gestori di reati così gravi? Tutto questo può accadere grazie ai decreti che hanno “sospeso” le possibilità di tutelare la salute dei cittadini tarantini».

“Ambiente svenduto” è iniziato con il lungo appello del presidente della Corte d’Assise, Michele Petrangelo, nei confronti del quale è stata riproposta una istanza di ricusazione da parte dei legali dell’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva. Altre decine di costituzioni di parte civile sono state presentate dall’Asl di Taranto, da famigliari di operai e cittadini morti di tumore, dal Fondo antidiossina, da rappresentanti di cooperative e di organizzazioni onlus, dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, dal Codacons,dall’Enpa.

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