17 Aprile 2003

I soldati vogliono protezione contro l`uranio

ALLA vigilia dell?invio del contingente italiano in Iraq, l?Italia «dovrebbe chiedere agli Stati Uniti la mappatura completa dei siti bombardati con armi all?uranio impoverito o comunque in grado di compromettere la salute dei soldati e della popolazione civile». È quanto chiede al nostro Governo l?Osservatorio Militare, per evitare ogni rischio di ripetere casi da “Sindrome del Golfo o dei Balcani“. Anche se la Commissione tecnica istituita dal ministero della Difesa dopo le missioni in Bosnia e Kosovo non ha stabilito una correlazione tra le patologie tumorali dei soldati inviati Oltreadriatico (18 deceduti per leucemie o linfomi Non-Hodgkin, circa duecento i malati) e il contatto con materiale bellico radioattivo, i rappresentanti dei militari insistono perchè «siano create le condizioni per operare con la massima sicurezza», spiega il portavoce dell?Osservatorio, Domenico Leggiero. «Lo sviluppo dei linfomi avviene ? sottolinea ? quando le particelle contaminate dai metalli pesanti finiscono nel sangue e poi nel midollo osseo. Un controllo a campionatura prima della partenza del contingente e un supporto sanitario in loco possono garantire un monitoraggio efficace, nel medio periodo, per gli individui a rischio». Secondo Leggiero, una task force costituita dall?Osservatorio, dai centri sperimentali delle Università di Modena e Reggio Emilia e dell?Istituto Superiore di Sanità potrebbe operare con profitto, all?interno della spedizione italiana, direttamente in Iraq.
Anche il Codacons chiede al ministro della Difesa, Antonio Martino, che i militari italiani che andranno in missione in Iraq vengano adeguatamente equipaggiati contro il pericolo dell`uranio impoverito e di «predisporre norme di precauzione a tutela della loro salute». L`associazione di consumatori, inoltre, in una nota, chiede al Governo di «ottenere dal comando anglo-americano l`elenco delle località irachene più a rischio, perchè bombardate più intensamente con proiettili all`uranio impoverito».
Gli Usa apprezzano. La decisione dell`Italia di inviare in Iraq un contingente di carabinieri e militari dell?Esercito è stata accolta con favore dal Dipartimento di Stato: lo ha detto il portavoce Phillip Reeker: «Abbiamo sempre avuto un rapporto stretto con l`Italia», il cui contributo alla coalizione è stato molto apprezzato. Un altro rappresentante del Governo Usa, il ministro della Sanità Tommy Thompson, in Italia per firmare con il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, un accordo di collaborazione sul bioterrorismo, ha ringraziato l?Italia per la decisione di inviare in Iraq una task force per gli aiuti umanitari.
I costi della missione. Sono già 9.054, prima della missione in partenza per l`Iraq, i soldati italiani impegnati in operazioni di pace all`estero. Il dato viene dall`ultimo aggiornamento dello Stato maggiore della Difesa, reso noto ieri. Una quota di “proiezione esterna“ considerata al livello massimo sopportabile dalle nostre forze armate. Per questo parte dei circa 3mila militari che andranno a Baghdad potrebbero essere “dirottati“ da altre destinazioni, riducendo in particolare il numero di quelli dislocati nella ex Jugoslavia, nelle missioni Kfor e Sfor.
Sono due le principali missioni italiane: quella nei Balcani, dove il nostro Paese è protagonista della missione promossa dalla Nato sotto l`egida dell`Onu, che impegna 6.463 militari; e quella più recente in Afghanistan dove, tra contingente “Nibbio“ a Khost, missione Isaf a Kabul e altre attività Nato, sono impiegati 2.315 soldati. Ma molte altre sono le missioni in corso: in Marocco, in Eritrea, in Congo, in Palestina, a Malta, in Libano, al confine tra India e Pakistan, in Egitto, in Israele. In totale impegnano altri 221 militari.
Il costo della missione in Iraq non dovrebbe rivelarsi inferiore a 400 milioni di euro per un semestre, considerando che dal primo gennaio al 30 giugno 2003, il migliaio di uomini in Afghanistan, in massima parte alpini, comporta una spesa di circa 94 milioni. Tuttavia il Governo non intende reperire i fondi attraverso una “tassa“ di guerra, ma attraverso la riconversione di altre voci nel bilancio statale. Particolare curioso, il fatto di agire nelle zone più pericolose del mondo non comporta un guadagno maggiore che in aree tranquille: il compenso dei militari è inquadrato nel comparto del pubblico impiego, e prevede aumenti sulla diaria in trasferta non legati al rischio. Fino al grado di maresciallo, operare in Afghanistan o in Iraq non garantisce uno stipendio superiore ai duemila euro mensili.
Cacciamine a Gibuti. Si trovano già a Gibuti, nell`ambito di un`attività pianificata da tempo, e potrebbero essere quindi tra le prime unità italiane a raggiungere l`area di operazioni per l`emergenza umanitaria in Iraq: si tratta dei due cacciamine della Marina militare Chioggia e Viareggio, le due navi che sarebbero state prescelte per bonificare l`area portuale di Umm Qasr, a sud di Bassora.

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