5 Gennaio 2020

I saldi visti dai negozi «Sconti oltre il 50%? Così ci perdiamo»

il peso del magazzino varia tra grandi e piccoli
MILANO I saldi di fine stagione visti da chi vende: convengono? Servono ancora? Fino a quanto non rappresentano una perdita? Grandi catene e piccoli negozi come possono competere? La prima constatazione che emerge sentendo gli operatori del commercio è che negli ultimi cinque anni si è assistito a un depotenziamento dei saldi, a causa della concorrenza delle promozioni durante tutto l’ anno, online ma anche nei negozi. Un esempio, «black friday» e «mid season sales». La seconda è che 60 giorni di saldi sono troppi e l’ inizio andrebbe spostato più in avanti, tenuto conto dei cambiamenti climatici: agli inizi di febbraio e a fine luglio. Ai commercianti i saldi servono per evitare giacenze di magazzino a fine stagione. La merce dell’ anno precedente per legge non può andare in saldo ma può essere oggetto di vendite promozionali, però non nel mese che precede il periodo degli sconti di fine stagione. «Sui bilanci la rimanenza risulta un introito agli occhi dello Stato, ma la perdita di valore da un anno all’ altro è molto alta e il valore finale risulta più basso di quello pagato al momento dell’ acquisto», spiega Federica Grassini, vicepresidente di Federmoda Italia Confcommercio. «I saldi aiutano a ridurre il magazzino – prosegue – ma bisogna pur sempre tenere presente i costi per Iva, manodopera ed energia. Uno sconto onesto, ottimo per il cliente, è del 30%. Là dove si è scelta una linea sbagliata con risultati negativi di vendita si può arrivare ad applicare un 50% per contenere il danno e recuperare la spesa iniziale. Sono percentuali che ancora permettono una marginalità minima. Dobbiamo tenere presente che la tassazione sulle aziende italiane tra fiscalità diretta e indiretta arriva al 68,5%. Di fatto lavoriamo per mantenere l’ attività». «Può essere realistico anche un saldo al 70% se ci sono prodotti che hanno finito il loro ciclo e risultano invendibili», osserva Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti. «È normale vedere una scontistica alta specie nei prodotti deperibili vicini alla scadenza – spiega -. Con la crisi economica e il calo dei consumi c’ è stato il tentativo nel commercio di attrarre i consumatori con le campagne di sconti e con il sottocosto. L’ importante è che ci sia pluralità di offerta tra grande distribuzione, catene e negozi tradizionali. Il problema sono le situazioni di monopolio che alterano il mercato». È per un approccio graduale Confimprese: «Le nostre aziende adottano la consueta scontistica tra il 30 e il 50% e la manterranno per le prossime tre settimane – spiega il presidente Mario Resca -. È una normale strategia rispetto all’ aggressività commerciale di alcune insegne, che sono partite con saldi al 70% per recuperare le perdite accumulate da settembre e fare cassa da subito. Solo da fine gennaio alcuni prodotti andranno al 70% in concomitanza con l’ arrivo delle nuove collezioni primaverili». Le dimensioni contano. Le catene e i negozi più grandi hanno una capacità maggiore di assorbire le perdite per una scontistica eccessiva. «I piccoli commercianti rischiano di essere schiacciati dall’ ecommerce e dai grandi – osserva il Codacons – e non possono permettersi di andare sottocosto». L’ effetto principale delle promozioni tutto l’ anno è «l’ attesa da sconto costante che rischia di rallentare la disponibilità di spesa», sottolinea Bussoni. Ma anche «la perdita della percezione del valore del bene che si acquista – conclude Grassini – per cui non si guarda più dove è stato prodotto o il materiale, ma si insegue solo il super affare».
francesca basso

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