13 Agosto 2020

I ristoranti alzano i prezzi e i clienti scappano

la tendenza
CLAUDIA OSMETTI n«Più che una ripresa, mi sembra una stangata». Ha il sorriso tirato, il signor Mario. È uno dei milanesi che han deciso di rimanere a casa, in questa benedetta estate. Niente mare, forse una capatina al lago per Ferragosto: «Ma solo se non c’ è troppa gente in giro, se scherza no col Covid», aggiunge. Eppure c’ è qualcosa che gli fa storcere il naso, che non lo convince. Si gira e si rigira uno scontrino tra le mani. Ha appena ordinato un drink al banco, in uno dei localini sulla Darsena che resistono alla crisi più nera e tirano avanti. «Sti prezzi qui, prima non c’ erano. È tutto maggiorato», si lamenta Mario. Non è il solo. «Il conto è più salato del solito», aggiunge un altro avventore, questa volta in zona Porta Venezia: «Nei ristoranti in cui ti conoscono e che frequenti da una vita no, non capita. Stessi menu e stessa tariffa. Ma se entri in qualche esercizio “nuovo”, l’ aumento lo noti». CHE FREGATURA Milano da bere, Milano al rincaro. Chiariamo subito: son mica tutti al rialzo, i bar della Madonnina. Ci mancherebbe altro. Però qualcuno che prova a fare il furbetto c’ è. Colpa del Coronavirus, ovvio. Del lockdown che ha messo in ginocchio la ristorazione e il turismo e dello sforzo eccessivo che la politica ha chiesto ai lavoratori del settore. L’ abbiamo documentato fin troppo bene: norme stringenti, misure di prevenzione da adottare tassativamente, scartoffie e burocrazia alle stelle. In diversi non hanno nemmeno riaperto, vista l’ aria che tirava. Chi invece ci ha creduto, nella fase due e poi nella fase tre, si è trovato impantanato: turisti pochini, clienti meno di prima. In compenso fatture da pagare e bollette da saldare, ché quelle (emergenza sanitaria o no) non scompaiono con un colpo di spugna. Alla fine la ricaduta si abbatte sui consumatori: la pizza è più costosa e il prosecco pure. Le aree della “movida” son quelle più colpite, ma lì c’ è anche molta più richiesta. Non che sia un fulmine a ciel sereno, tra l’ altro. Le associazioni di consumatori (quasi tutte) ce l’ avevano anticipato. Il Codacons, già a maggio, stimava che finita la quarantena ogni famiglia dovesse metter in conto di spendere 536 euro in più, la maggior parte dei quali sarebbero andati nei rincari del bar. NON TUTTI LO FANNO A farla da padrone, dicevano, sarebbe stato il prezzo del caffè: con un aumento di quasi il doppio, da una media di 1.30 euro a tazzina a due euro tondi tondi. Matematicamente si parlava di un ritocco del 53,8% che, in percentuale, è un numero gigantesco. Le cifre, per la verità, oscillano: secondo l’ Unione nazionale consumatori la variazione mensile è “appena” dello 0,2%, ma il dato è comunque con il segno positivo davanti: cioè si paga di più rispetto a gennaio. In piena estate, quando mezzo Paese è spaparanzato al sole su un lettino della spiaggia più vicina, sempre la Codacons ipotizzava un rincaro del 9% per sedersi in un ristorante e ordinare un piatto preparato. «La situazione non è così drammatica come può sembrare», spiega invece il ristoratore Alfredo Zini che ha un’ esperienza decennale sul campo milanese ed è anche coordinatore del club delle Imprese storiche della Confcommercio meneghina. «Sicuramente qualcuno che ha provato a gonfiare i prezzi c’ è, ma la tendenza generale che registriamo noi è l’ esatto opposto. C’ è più offerta rispetto a prima della pandemia e quindi ci sono più spazi per le promozioni. Mi è capitato di vedere, per esempio, il lancio di diverse serate in cui c’ era il 3×2 sulle birre oppure la sponsorizzazione di menù scontati». Esiste anche il problema opposto, s’ intende: il coronavirus ha sforbiciato persino sugli avventori, non solo sui ristoratori. Stiamo tutti un po’ più attenti al portafoglio. «Oggi abbiamo molta diversificazione», chiosa Zini, «e questo è un bene per il mercato. Ovviamente a Milano molto dipende anche dalle zone, ci sono quelle più richieste e quelle meno». riproduzione riservata.

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