19 Settembre 2015

I presunti diffamati a volte pagano il conto

I presunti diffamati a volte pagano il conto
lite temeraria, vince il comitato romano che parlò sul fatto: 6.000 euro di danni

Non solo le grandi associazioni. Spesso sono quelle più piccole, che lavorano sul territorio e aggregano i cittadini, che si ritrovano ogni giorno a dover affrontare spese legali perché denunciate o citate in giudizio per diffamazione. E succede anche, quando le denunce sono veritiere e provate, che le associazioni vincano nelle aule di tribunale e riescano a ottenere anche dei risarcimenti. È capitato tra gli altri a Barbara Manara del “Comitato parco Piccolomini”, che qualche anno fa si oppose alla realizzazione del progetto di un campo dagolf nell’ area della tenuta Piccolomini, che si estende apoco più di un chilometro di distanza da piazza San Pietro, a Roma. La vicenda era stata raccon tata sul Fatto Quotidiano, in un articolo del 21 febbraio 2012 intitolato “Roma, scempi a Villa Piccolomin. Campo da golf affacciato su San Pietro”, ma anche con un video pubblicato su ilfat zione Niccolò Piccolomini per l’ Accademia di Arte drammatica che gestisce la tenuta, ha querelato per diffamazione non solo il Fatto, ma anche Barbara Manara per l’ intervista chiedendo in solido i danni per 50 mila euro. Il procedimento penale è stato archiviato nonostante l’ opposizione dei querelanti. E il 7 settembre scorso i giudici della prima sezione civile del tribunale di Roma hanno rigettato le domande e hanno condannato la Fondazione “al pagamento in favore della Manara di seimila euro” e altri seimila per le spese legali sostenute dal nostro giornale. Sono particolarmente interessanti le motivazioni della sentenza per due ragioni. In primis perché applica l’ articolo 96 del codice di procedura civile sulla “lite temeraria”. In gergo non giuridico: quando si fa causa sulla base di semplici pretesti. Dice l’ articolo 96: “Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’ altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni”. Nelle motivazioni della sentenza contro la Fondazione Piccolomini, i giudici spiegano che “la domanda sarebbe stata in ogni caso da rigettare sotto il profilo della mancata prova della sussistenza del danno”. E poco dopo, aggiungono: “Non vi è dubbio, pertanto, che il presente giudizio sia stato instaurato quantomeno con colpa grave”. La sentenza che riguarda anche Il Fatto però è interessante anche per un secondo aspetto: ossia quello del risarcimento ad un comune cittadino che fa parte di un comitato impegnato in una battaglia pubblica. Ri guarda anche tutte le associazioni, che difendano i diritti dei cittadini o delle categorie (lavoratori, pensionati, consumatori per citarne alcune). Come Barbara Manara, le associazioni si ritrovano spesso in tribunale per rispondere di presunte diffamazioni e a volte, come avviene perfino per i giornali, i costi di eventuali cause sconsigliano di andare fino in fondo. A volte, però, riescono anche ad ottenere dei risarcimenti, che – come ci raccontano – non bastano neanche per coprire le spese legali. E lo sa bene ad esempio il Codacons. Il presidente Carlo Rienzi al Fatto spiega infatti che spesso “siamo vittima di denunce. Due sono stati i casi eclatanti: siamo stati portati in tribunale da Tod’ s che ci ha chiesto danni per averli diffamati sulla vicenda del Colosseo per 36 milioni, ma anche dal Monte dei Paschi che ci ha chiesto altri 40 milioni circa. Sono querele che ci costano care, perché dobbiamo pagare gli avvocati. Ora vediamo come si con cluderanno”. Anche Elio Lannutti, presidente della Adusbef, l’ Associazione difesa utenti servizi bancari, si ritrova spesso in tribunale: “Ogni volta ci chiedono anche dieci milioni di euro. Spesso si è spaventati solo dalle cifre. L’ ultima denuncia? La Banca d’ Italia che ci ha citato per una presunta diffamazione perchè ho detto che lo stipendio del governatore era troppo alto”. Lannutti sulla vicenda fa ancheun appello: “È necessaria una proposta di legge contro le liti temerarie contro i giornalisti che fanno il proprio mestiere”. A livello locale, i problemi sono maggiori. Ci racconta la sua storia, Claudio D’ esposito del Wwf di Sorrento: “Facciamo tante denunce, anche sui criteri di assegnazione di bandiera blu. Nel 90 per cento dei casi le minacce avvengono a mezzo stampa, poi non vanno al sodo. Ma in ogni modo, quando denunciano lo fanno sempre con i soldi nostri. Alla fine noi ne usciamo sempre perdenti”.
valeria pacelli

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