29 Dicembre 2021

I miei incubi sulla Concordia

 

 

«A vevo trascorso tutte le estati, da bambino e ragazzino,a San Felice Circeo, dove mio nonno aveva una casa vicino al mare. Ecco, per dieci anni non ho fatto il bagno, tanto mi terrorizzava l’acqua. Senza dimenticare le notti nelle quali mi svegliavo pensando o sognando il salone della nave al buio, dentro il quale brancoliamo come fantasmi temendo di annegare da un momento all’altro, e poi il rumore dei piatti che si fracassano e mia moglie che all’improvviso sparisce. Per me la Concordia è stata ed è questo, un incubo ricorrente per cui non potevo accettare il primo risarcimento proposto da Costa, semplicemente perché non era giusto». Ernesto Carusotti è un uomo di ottant’anni in pensione dopo aver fatto l’insegnante di educazione tecnica nelle scuole medie di Roma, mestiere che gli ha permesso di conoscere Paola ovvero la donna con cui condivide la vita. Nei giorni scorsi il tribunale di Genova ha stabilito che Costa Crociere dovrà risarcirlo con 92.692 euro poiché il disastro del 13 gennaio 2012 all’Isola del Giglio, il naufragio in cui morirono 32 persone, gli ha causato un disturbo da stress post-traumatico. Dieci anni dopo una tragedia indelebile nella memoria di tutti, Carusotti accetta di ripercorrere i minuti, le ore e gli anni seguenti. «Il punto di partenza per me è abbastanza semplice:se si trasportano più di quattromila persone,e oggi alcune navi sono in grado di ospitarne quasi il doppio, la sicurezza dev’essere certa, garantita da personale capace anche nei momenti d’emergenza e io non ho visto nulla di simile». Flashback, allora, e il racconto passa d’acchito al presente. «Quando è chiaro che l’allarme non si può più na-scondere, che bisogna lasciare la Concordia il più in fretta possibile poiché si sta inabissando (dopo l’urto contro uno scoglio e una virata a 180 gradi disperatamente compiuta dal comandante Francesco Schettino, OES), finisco con Paola in un gruppo d’un centinaio di viaggiatori. L’obiettivo è farci salire su una scialuppa, calarla e metterci in salvo. Penso sia una cosa quasi normale,ma è evidente che non è così: lo scafo, mentre viene abbassato, urta la Concordia stessa, ormai già inclinata, e a quel punto è il panico. Provano a ritirarlo su, ma non ci riescono. Allora ci fanno scendere, ordinano di prendere dei remi per provare a disincagliare, noi, la scialuppa. Ma si spezzano e allora niente, bisogna andare via. Ci fanno tornare a bordo, dove nel frattempo un blackout ha sprofondato nel buio corridoi, sale, ogni ambiente». È, quest’ultimo, uno degli lementi su cui insistono di più i magistrati nel disporre il maxi-indennizzo a favore dell’ex prof, stigmatizzando il mancato funzionamento del generatore diesel, che avrebbe dovuto supplire all’assenza di corrente. «È impossibile dimenticare la traversata della nave in quelle condizioni».Di nuovo al presente. «Ci dicono che dall’altra parte troveremo una scialuppa funzionante e allora ci incamminiamo e finiamo in una specie d’inferno. Non si vede nulla, si sentono urla, perdo per un po’ il contatto con mia moglie e temo che non la rivedrò più, la situazione è fuori controllo. Quando arriviamo a ridosso d’una balaustra c’è da saltare per almeno un metro e mezzo, ritrovo Paola e non so come riusciamo alla fine a scendere in acqua,a raggiungere la terraferma e il resto sono le immagini che hanno fatto il giro del mondo. No anzi, c’è un altro flash che di tanto in tanto affiora, mentre sono nel dormiveglia, in momenti simili: guardo la Concordia da cui ci stiamo allontanando e ne percepisco i movimenti, il progressivo inclinamento e mi sembra che ci stia venendo addosso e ci travolga». Soprattutto: «Prima di salire sulla scialuppa, guardo indietro, noto che il nostro gruppo si è sfilacciato, c’è chi ha perso terreno e capisco che non sarà salvato, morirà. E mi sconvolge, mi sconcerta ancora oggi se ci penso, non è accettabile. Dovevano soccorrerci persone catapultate come noi in qualcosa d’inimmaginabile, ho trovato il cameriere che mi serviva l’aperitivo la sera prima nel panico mentre si occupava delle scialuppe: non è possibile».I diecimila euro proposti da Costa dopo il disastro non sono ritenuti dignitosi e Carusotti sceglie un’altra strada. «Mi sono affidato al Codacons e all’avvocato Giuliano Leuzzi, che mi ha assistito fino alla recente sentenza. Io e mia moglie siamo stati male a lungo, davvero, per la Concordia. E restano impressi i colloqui con gli psicologi,i test che ho sostenuto e hanno certificato scompensi nel medio-lungo periodo. Ho scelto d’essere combattivo per entrambi, questo sì: ho partecipato a gran parte delle udienze nel processo penale, con gli altri sopravvissuti sono rimasto in contatto all’inizio, poi ci siamo persi. Sono soddisfatto di questa prima vittoria, ho tre figli e sette nipoti e so che apprezzano quello che ho fatto, non ci si poteva mettere una pietra sopra accettando un rimborso simbolico. Ma io e Paola non faremo mai più una crociera».

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