22 Agosto 2013

I francesi la chiamano rentrée, femminilizzando caparbiamente la …

I francesi la chiamano rentrée, femminilizzando caparbiamente la …

di ENRICA SIMONETTI I francesi la chiamano rentrée, femminilizzando caparbiamente la nostra semplice parola «rientro». Ma maschile o femminile che sia, la campana che suona per tutti quando le prime nubi di settembre si affacciano sull’ estate, è una campanella che ha un suono cupo e nervoso allo stesso tempo. Soprattutto quando si fanno i conti con le spese. Quest’ anno, poi si vive di incognite, dato che oltre all’ Imu (si pagherà o no?) e al Governo (cadrà o no?), non sappiamo nemmeno se siamo ancora cittadini e genitori «agibili» o ineleggibili – termine di moda! – capaci di poter affrontare la solita spesa d’ autunno: libri di testo e corredo scolastico. Sì, gioie e dolori dell’ istruzione, quei libri di ogni misura che ogni anno angosciano ricchi e poveri, o perché non si trovano o perché non si hanno abbastanza soldi per comprarli. Sembra che ogni autunno venga perpetrato un rito pagano (dal verbo pagare…) per cui prima si annunciano i rincari – e quest’ anno il Codacons valuta un aumento dei prezzi del 5% – e poi si rimette in discussione l’ utilità dei libri di testo da far portare sulle spalle dei ragazzi, tra l’ altro in costosi zaini alla moda. Provate a ricordare. Ogni autunno, appena si fanno i conti delle spese scolastiche, c’ è chi proclama che «dall’ anno prossimo si useranno solo fascicoli leggeri» e chi lancia l’ idea dei testi online; ogni autunno, si ricorda il gesto dei docenti di una scuola pugliese, avvenuto alcuni anni fa, quando essi stessi crearono dei capitoli utilizzabili dagli studenti a mo’ di appunti. Ma il testo è un’ altra cosa: lo sappiamo tutti, lo capiamo tutti. Certo, il volume di antologia usato solo per due capitoli lo scorso anno e pagato a peso d’ oro (ben 302 pagine, 27 euro) fa un po’ rabbia… ma che dire, il libro è il miglior compagno dell’ uomo e si spera che lo sia anche del ragazzo. Chissà se almeno in estate qualcuno abbia riaperto quel volume poco usato e vi abbia trovato pagine interessanti, formative, divertenti. È un sogno? Forse è una speranza, in un Paese in cui gli indici di lettura calano e la gente passa il tempo a rincorrere scritture ebeti su Facebook. Diciamolo, il libro di scuola è da sempre ammantato di pessimismo, almeno all’ inizio dell’ anno. Perché il mitico «elenco dei libri» (che un tempo era ciclostilato) finisce nelle tasche dei jeans e, quando è un po’ stritolato, ha il codice illeggibile ed è facile sbagliare edizione. Sì, perché questo è l’ altro problema, il libro deve essere nuovo di zecca. Come si fa altrimenti a seguire la prof che indica l’ esercizio di latino a pagina 112, numero 8? Il «nuovo», la nuova edizione rende il volume perfetto ed aggiornato, ma irrecuperabile dal punto di vista dell’ usato. Bastano un paio d’ anni, a volte, a rendere il testo «diverso» e a far crollare il mito del mercatino (a Bari gli studenti vendevano libri, come nella canzone, ai giardinetti dell’ università). Ora ci sono anche le librerie dell’ usato, ma occhio alle edizioni: un acquisto sbagliato è il contrario del risparmio. E i libri dei fratelli? Manco a parlarne: in un mondo di figli unici non ci stano nemmeno quelli. E i fortunati che hanno fratelli e sorelle vanno in un’ altra scuola, in un’ altra sezione: insomma, si ricompra tutto. Fin qui il tunnel degli orrori degli acquisti, le file con il caldo (consiglierei ai genitori di mandare i figli in libreria, basta con l’ assistenzialismo!); le attese dei testi prenotati che non arrivano; le risse cortesi con i commessi. Però, però… qualcosa va detta. Comprare con il buon senso può aiutare. Un esempio: serve davvero il testo di educazione fisica? E ancora: l’ astuccio che ha più porte di una Lamborghini turbo fa parte del corredo obbligatorio scolastico? Serve davvero comprare il diario da sei chili che costa 17 euro e contiene anche i mesi di luglio, agosto e settembre, in cui si riverseranno disegni, adesivi e (speriamo) pensieri e poesie? E ancora: lo zaino. Ma insomma, alcuni bravi venditori reclamizzano persino quello «adeguato alla colonna vertebrale», che «costa un po’ di più ma si sta tranquilli». E chi può essere tranquillo se un ragazzino porta a spasso dieci libri al giorno in uno zaino firmato pagato sessanta euro almeno? I 99 colori, i quadernoni con brillantini, il compasso superaccessoriato… un modo per limitare le spese in questo campo c’ è. Esagerare non è giusto, mentre invece far penare i figli lasciandoli senza griffe sul banco può essere un’ esperienza. Senza libri non si può andare a scuola. E, come diceva quel pessimista di Nietzsche, grande conoscitore dell’ uomo, «di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore».

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