4 Novembre 2021

I cinghiali come metafora dell’impotenza della politica

GIORGIO  MELETT L’emergenza  cinghiali  è  una  perfetta  metafora  dell’incapacità  nazionale  di  affrontare  problemi.  Già  l’enunciazione  “emergenza  cinghiali”  apparirà  stravagante,e  lo  sarebbe  fronte  del  drammatico  dibattito  sui  cambiamenti  climatici.  Conta  però  il  metodo.  Pensiamo  di  fermare  la  crescita  della  temperatura  globale  ma  non  siamo  neppure  in  grado  di  fermare  cinghiali.  Nel  frattempo  si  ride.  La  campagna  elettorale  per  il  comune  di  Roma  è  stata  dominata  dalle  risate  sui  cinghiali  ormai  stabilmente  insediati  nella  Capitale.  L’ineffabile  Codacons  ha  anche  chiesto  al  Tar  la  nomina  di  un  commissario  ai  cinghiali.  Nei  giorni  scorsi,  mentre  manipoli  fascisti  assaltavano  la  sede  della  Cgil,  un  manipolo  di  cinghiali  si  è  presentato  all’ingresso  del  palazzo  di  Giustizia  in  piazzale  Clodio  senza  fare  danni.  Certo,  la  cittadella  della  giustizia  ha  una  recinzione  invalicabile,  una  volta  si  sarebbe  detto  come  Fort  Knox,  oggi  bisogna  dire  come  una  vigna  nel  Chianti.  Sfugge  la  dimensione  del  problema.  Gli  agricoltori  italiani  vivono  in  stato  di  assedio.I  cinghiali  mangiano  tutto,  dalle  patate  ai  chicchi  d’uva.  Nelle  zone  vinicole  sta  cambiando  il  paesaggio,  le  vigne  sono  recintate  con  solido  acciaio  che  penetra  per  un  metro  sotto  terra  per  impedire  ai  cinghiali  di  scavare  passare  sotto.  La  Coldiretti  sostiene  che  cinghiali  portano  ogni  anno  danni  per  200  milioni  di  euro  all’agricoltura.  La  cifra  in  sé  non  dice  molto,  più  significativo  è  pensare  che  il  settore  è  fatto  di  piccoli  imprenditori  per  quali  10mila  euro  di  prodotto  razziato  in  una  notte  vogliono  dire  la  disperazione.E  poi  ci  sono  gli  incidenti  stradali,  decine  di  morti  feriti  ogni  anno,  la  paura  di  andare  passeggiare  in  campagna  per  cittadini,  la  paura  di  rientrare  ogni  sera  nelle  case  rurali.  L’ultima  stima  dice  che  in  Italia  ci  sono  circa  2,3  milioni  di  cinghiali.In  termini  di  stazza  abbiamo  più  cinghiali  che  gatti.  Sappiamo  tutto  della  proliferazione  dei  cinghiali,  tutti  gli  analisti  concordano  che  dietro  la  loro  crescita  geometrica  c’è  fondamentalmente  la  lobby  dei  cacciatori.  Basti  solo  il  fatto  che  in  giro  per  l’Italia  ci  sono,  incredibile  dirsi,  allevamenti  clandestini  per  rimpolpare  le  schiere  disposizione  del  tiro  segno.  La  caccia  al  cinghiale  non  è  uno  sport,  è  un  business.  Tornare  casa  dopo  una  battuta  con  dieci  capi  abbattuti  con  cinquanta  cento  fa  la  differenza.E  qui  arriva  il  punto  di  caduta  classico  della  politica  italiana.  C’è  un  solo  modo  di  affrontare  la  questione  dei  cinghiali,  ridurne  drasticamente  il  numero.  Ma  nessuno  ha  il  coraggio  di  dirlo  ai  cacciatori  agli  animalisti,  due  lobby  che  alla  politica  italiana  di  ogni  colore  fanno  paura.  Così  si  gira  intorno  al  problema.  L’estate  scorsa  il  ministro  dell’Agricoltura  Stefano  Patuanelli  ha  affrontato  un  migliaio  di  agricoltori  giunti  davanti  Montecitorio  per  protestare  proprio  per  cinghiali  con  queste  parole  perentorie:  «Vi  posso  assicurare  il  mio  massimo  impegno  personale  per  dare  tutti  voi  delle  risposte».  Ne  riparleremo  quando  cinghiali  saranno  tre  milioni. 

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