«Ho bruciato 600mila euro ai videopoker Ma ora punto su una seconda opportunità»
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fonte:
- Il Resto del Carlino
«marco», il primo ospite della struttura per ludopatici, si confessa azzardo malato secondo i dati del codacons, per l’ industria del gioco si calcola che l’ 80% degli italiani pratichi l’ attività in maniera sporadica, mentre il 30-35% lo fa con assidua regolarità.
di MARIA ROSARIA CORCHIA «SONO di Napoli, ho 50 anni e sono un imprenditore. Ho una moglie e due figli. Ho iniziato a giocare 34 anni fa, quando avevo 16 anni». Così inizia a raccontare Marco, nome fittizio di uno degli ospiti di Pluto, la prima struttura residenziale per ludopatici, completamente gratuita, aperta nella provincia reggiana per merito della onlus Centro Sociale Giovanni XXIII. «Ho fatto la gavetta con le prime macchine, che erano le slot, poi il videopoker e tutto il resto. Io sono di Secondigliano: è una zona un po’ particolare, il non plus ultra per il gioco. Inizialmente si giocava a carte nei circoli. Io vengo da una famiglia benestante, non avevo problemi di soldi». Quando ha iniziato ad accorgerti che il gioco stava diventando un problema? «Circa dieci anni fa. Avevo un ritmo di gioco frenetico, mi dava adrenalina, anche perché c’ erano poste in palio non indifferenti. Non c’ era limite. Io trascuravo i figli, la casa, ho quasi abbandonato la mia famiglia e pensavo solo a me stesso. Io poi ho lavorato anche come noleggiatore di videogames, quindi sapevo com’ era la prassi». E com’ è la prassi? «Lo Stato dice che in percentuale se metti 100 dovrebbe tornarti 75, però non si verifica mai. Per mia esperienza non c’ è nessuna restituzione al 75%. C’ è una restituzione effettiva del 10%». Nonostante questo si continua a giocare? «Sei consapevole ma sei dipendente. È una malattia. E i giocatori d’ azzardo sono bravi a dire bugie, a mascherare la cosa, però non c’ è minuto che passa senza pensare di andare a giocare». Come ha vissuto questa malattia la sua famiglia? «Mia moglie se n’ è accorta cinque anni fa. A mia figlia, che l’ anno scorso è diventata maggiorenne, ho deciso di parlagliene direttamente io. Mia moglie non capiva che si trattava di una dipendenza, di una malattia. Pensava fosse solo un vizio, un hobby. Ora, grazie all’ aiuto delle persone che lavorano qui, hanno capito e ci siamo riavvicinati». Quanti soldi ha buttato? «Dal 2003 al 2008 ho distrutto circa 600.000 euro. Giocavo tutto quello che avevo in tasca, tutti i giorni. Poi c’ erano i fine settimana fuori, ad esempio in Croazia, dove sono arrivato a bruciare 70.000 euro in un giorno». Cosa pensa quando vede gratta e vinci ovunque, e la pubblicità che invita al gioco? «Io vedo che è un business. Un business non indifferente. La paura più grossa che ho ora è il gioco online. È molto ingannevole perché si può giocare da casa, dal telefonino. È la cosa più distruttiva anche perché così possono giocare anche i minorenni». Quando ha deciso di smettere, con chi ne hai parlato? «Il giocatore si tiene tutto dentro, non ci sono persone con le quali potersi confidare. Una volta che mi sono deciso, mi sono iscritto al Sert. Ma non va bene che ci sia un’ unica struttura alla quale rivolgersi per tutte le dipendenze. Magari qualcuno ti vede andare al Sert e pensa che sei un tossicodipendente: questo non invoglia. Da lì però mi hanno preso in questa casa di recupero». Come si trova qui? «L’ unica cosa di cui ha bisogno un giocatore è una mano sulla spalla che ti dia un po’ di fiducia. Il giocatore per natura non si fida degli altri. Io per 35 anni del mio problema non ho parlato con nessuno, né con mia madre, né con mio fratello, né con mia moglie. Per la prima volta ne ho parlato qui. Qui ci sono persone in gamba, si è creato un gruppo familiare». Il futuro? «Ora sto facendo un percorso e ho vicino le persone adatte. Una volta finito, penserò a cosa fare». Cosa vorrebbe dire a chi ha questa dipendenza? «Che ne devono parlare, non devono pensare che sia un tabù. È una malattia, bisogna parlarne il più possibile. Negli anni Settanta giocavano le persone tra i 35 e i 50 anni. Adesso si gioca da 17 a 75 anni. Se non si combatte questa cosa è una tragedia».
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