Ha un tumore e vuole operarsi? Signora, paghi una tangente
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fonte:
- La Gazzetta del Mezzogiorno
NAPOLI È scandalo in corsia a Napoli dove un primario dell`ospedale Cotugno è stato sorpreso in possesso di 2500 euro: l`accusa è che si tratti della ricompensa pattuita con i familiari di una malata di tumore al fegato per aggirare la lista d`attesa, lunga 50 giorni, ed operarla prima del tempo, mercoledì scorso. All` arresto del primario, Antonio Giorgio di 57 anni, accusato di concussione e sospeso dai vertici dell`azienda ospedaliera, si è arrivati grazie alla denuncia del figlio della donna che dopo la richiesta del medico napoletano ha raccontato tutto ai carabinieri dei Nas già da tempo impegnati in un`indagine sulle liste d`attesa promossa dal ministro Storace. Secondo quanto denunciato dal figlio della donna, il primario del Cotugno avrebbe evidenziato la necessità di un intervento urgente a causa delle gravi condizioni della paziente. Il primario avrebbe fatto presente le difficoltà legate all`esistenza di una lunga lista d`attesa prospettando la possibilità di aggirare l`ostacolo attraverso il pagamento di una somma di danaro. Il figlio ha raccontato tutto ai carabinieri tenendo all`oscuro la madre. D`accordo con i militari ha fotocopiato i soldi in contanti che sono poi stati ritrovati tra le mani del medico all`arrivo dei carabinieri, giovedì nel suo studio privato. Non ha mai chiesto somme di denaro e la lista di attesa non è stata scavalcata, bensì l`intervento chirurgico è stato anticipato in considerazione delle condizioni di gravità della paziente: questa, in sintesi, la linea di difesa del professore Antonio Giorgio, anticipata dal suo legale avvocato Giuseppe Vitiello con il quale ha avuto un colloquio nel carcere di Poggioreale. CODACONS – Il caso del primario del Cotugno arrestato per aver ricevuto una tangente da una ammalata “non è un fatto isolato“. Lo afferma il Codacons che, in una nota, aggiunge: “Tangenti, strani trasferimenti a cliniche private, mediazioni di medici e personale compiacente sono la norma in molti nosocomi italiani“.
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