19 Gennaio 2021

Guerra di perizie sul Tempio e teste messo in discussione

L’udienza  preliminare,  davanti  al  Gip,  si  svolge  nella  modalità  delle  porte  chiuse,  che  significa  senza  pubblico:  giudice,  accusa,  difesa  parti  ricorrenti.  Venerdì  si  è  celebrata  l’attesa  udienza  che  vede  il  giudice  Arianna  Pisano  investita  della  vicenda  del  Tempio  crematorio  gestito  dalla  società  So.cre.bi  della  famiglia  Ravetti;  porte  chiuse  ma  tutti  collegati  dai  propri  studi  attraverso  una  piattaforma  online  adottata  dal  Ministero  della  Giustizia.  L’udienza  ha  visto  così  la  presenza  da  remoto  oltre  del  giudice,  del  procuratore  Teresa  Angela  Camelio,  degli  avvocati  degli  indagati  14  avvocati  che  difendono  gli  interessi  delle  quasi  600  famiglie  di  chi  ha  avuto  un  caro  cremato  dal  marzo  2017,  da  quando  con  il  Progetto  Pegaso  ritmi  di  lavoro  al  tempio  crematorio  si  erano  più  che  raddoppiati,  fino  al  settembre  2017  quando,  seguito  di  segnalazioni  arrivate  in  Procura  da  un  dipendente,  scattavano  le  indagini.  Il  giudice  dovrà  decidere  se  accogliere  la  richiesta  della  Procura  che,  processati  gestori  della  struttura  — gli  amministratori  Alessandro  Marco  Ravetti  condannati  il  primo  anni  mesi  il  secondo  anni,  gli  altri  soci  ed  dipendenti  condannati  col  patteggiamento  pene  più  miti  — per  fatti  documentati  durante  il  mese  di  indagini  dell’ottobre  2018  con  intercettazioni  appostamenti  che  hanno  permesso  di  accertare  tre  casi  di  doppie  cremazioni,  bene  precisare,  di  defunti  estumulati  dopo  un  lasso  di  tempo  dal  decesso  anche  piuttosto  lungo,  ritiene  non  opportuno  aprire  un  nuovo  fronte  processuale  non  avendo  prove  scientifiche  quindi  inattaccabili  rispetto  una  sospetta  analoga  gestione  scorretta  anche  per  mesi  precedenti.  questa  richiesta  si  sono  associati  legali  Marco  Bozzalla  Antonio  Morone  che  seguono  la  famiglia  Ravetti.  Di  opinione  opposta  sono  legali  delle  famiglie;  circa  500  sono  quelle  rappresentate  dall’avvocato  Alessandra  Guarini  per  l’associazione  di  categoria  Codacons.  Su  “il  Biellese”  di  venerdì  il  procuratore,  confermando  la  gravità  delle  condotte  attribuite  ai  gestori  di  So.cre.bi  cui  sono  stati  contestati  capi  di  imputazione  (in  particolare  reati  di  violazione  del  sepolcro,  concretatosi  dall’estrazione  dello  zinco  interno  ai  feretri  ed  agli  ossari  per  consentire  di  bruciare  solo  la  parte  in  legno,  dispersione  delle  ceneri),  condotte  dettate  suo  dire  da  una  motivazione  economica  (avidità)  per  aumentare  il  giro  d’affari  dell’azienda  ricordava  come  nella  richiesta  di  una  pena  severa  — la  richiesta  inusuale  di  anni  — e  l’opporsi  alla  proposta  di  patteggiamento,  avesse  già  tenuto  conto  della  serialità  delle  azioni  che  le  vittime  di  quel  sistema  potessero  essere  molte  di  più  rispetto  quelle  individuate.  Sottolineava  poi  come  sia  stato  opportuno  necessario  procedere  contro  Ravetti  ed  loro  dipendenti,  che  pur  avrebbero  eseguito  per  diverso  tempo  le  istruzioni  impartite  senza  sollevare  alcun  dubbio  perplessità,  solo  per  casi  circostanziati  documentati  come  sulla  condanna  pronunciata  dal  giudice  di  primo  grado  possano  comunque  fondarsi  le  pretese  risarcitorie  di  tutti  coloro  che  hanno  un  fondato  motivo  di  ritenere  di  aver  subito  un  danno  da  Soc.cre.bi  da  far  valere  in  sede  di  giudizio  civile.  Durante  l’udienza  di  venerdì  il  pm  avrebbe  con  forza  riproposto  le  tesi  conclusive  cui  era  giunta  la  genetista  Cristina  Cattaneo,  una  delle  più  prestigiose  studiose  della  materia  fondatrice  di  un  laboratorio  scientifico-  punto  di  riferimento  non  solo  italiano,  consulente  della  Procura,  che  dalle  ceneri  contenute  nelle  urne  sia  impossibile  tracciare  il  profilo  genetico:  nessuna  prova,  quindi  nessun  reato,  quindi  nessuna  imputazione.  Andare  avanti,  queste  le  conclusioni  del  pm,  causerebbe  oltretutto  un  danno  erariale.  Alla  tesi  della  Cattaneo  si  contrappongono  quelle  del  generale  Luciano  Garofano,  in  passato  comandate  del  Ris  di  Parma,  assoldato  dal  Codacons.  Alcune  famiglie,  autorizzate  dalla  Procura,  avevano  fatto  analizzare  le  urne.  Di  queste  non  tutte,  dato  costi  degli  accertamenti,  hanno  anche  chiesto  si  procedesse  al  tentativo  di  estrazioni  del  profilo  genetico.  La  relazione  di  Garofano,  presentata  al  giudice,  dimostrebbe  la  presenza  nelle  urne  campionate  di  materiale  estraneo  quello  che  dovrebbe  essere  contenuto  in  un’urna  residui  plastici  anche  metalli,  inoltre  si  dimostra  la  possibilità  scientifica  di  procedere  tracciare  profili  genetici  dalle  ceneri  come  accaduto  in  un  caso  in  cui  si  sarebbero  trovati  più  profili.  Questa  è  la  carta  più  importante  su  cui  potrebbero  trovare  fondamento  le  querele  che  potrebbe  portare  il  giudice  rinviare  il  fascicolo  alla  Procura  perché  disponga  nuove  indagini.  Durante  l’udienza  seppur  ognuno  davanti  al  proprio  schermo  del  computer,  non  sarebbero  mancate  scaramucce  tra  le  parti  con  accuse  reciproche  volte  mettere  in  dubbio  le  perizie:  alla  Cattaneo  si  imputa  di  essere  rimasta  ferma  rispetto  agli  sviluppi  scientifici  portati  dalla  ricerca  negli  ultimi  anni,  Garofano  di  cercare  notorietà  mediatica.  Quello  che  comunque  dovrà  valutare  il  giudice  è  l’opportunità  che  si  proceda  queste  nuove  ve-  scientifiche  cui  costi  ricadrebbero,  come  per  ogni  indagine,  sulla  collettività,  considerando  però  che  se  anche  si  riuscisse  estrarre  un  profilo  genetico  dalle  ceneri  ed  in  un’urna  se  ne  trovasse  più  di  uno  di  questi  profili,  difficilmente  questo  potrebbe  provare  la  condotta  illecita  di  So.cre.bi  (in  questo  caso  il  reato  contestabile  sarebbe  dispersione  di  ceneri  perché  il  codice  non  prevede  il  caso  di  doppia  cremazione)  in  quanto  il  processo  di  cremazione  non  è  privo  del  rischio  di  contaminazioni.  dar  sostegno  chi  vorrebbe  l’apertura  di  un  nuovo  processo  anche  la  perizia  depositata  pochi  giorni  prima  dell’udienza  dal  genetista  Marzio  Capra,  consulente  tra  l’altro  di  Bossetti,  l’uomo  condannato  all’ergastolo  per  l’omicidio  di  Yara  Gambirasio,  consulente  di  alcuni  querelanti  lombardi.  Il  caso  vuole  che  sulla  vicenda  So.cre.bi  si  presenti,  il  lettore  perdoni  la  semplificazione  giornalistica,  l’eventualità  di  una  partita  di  ritorno  tra  genetisti:  la  Cattaneo,  consulente  della  Procura  di  Bergamo  le  cui  risultanze  sono  state  determinanti  nella  risoluzione  del  giallo  di  Yara,  dall’altro  il  collega  che  ora  conta  di  far  riaprire  il  caso  con  la  revisione  del  processo.  legali  dei  querelanti,  tra  cui  l’avvocato  Guarini,  hanno  poi  ribadito  come  le  prove  per  andare  un  nuovo  giudizio  siano  le  stesse  ammissioni  di  colpevolezza  di  Alessandro  Ravetti,  che,  interrogato  in  carcere  durante  circa  due  mesi  mezzo  di  detenzione  cautelare  si  sa  quanto  possa  essere  forte  la  pressione  psicologica  esercitata  da  quell’ambiente  su  una  persona  fino  quel  momento  estranea  che  non  aveva  mai  avuto  che  fare  con  problemi  di  giustizia  –, come  riportato  nelle  motivazioni  della  sentenza  di  condanna  dal  giudice  Anna  Ferretti,  dichiarava  che  far  data  dal  marzo  2017,  con  il  via  del  progetto  Pegaso,  consistente  nelle  cremazioni  di  salme  provenienti  anche  da  altre  regioni,  per  far  fronte  all’aumento  di  feretri  da  cremare,  fosse  diventata  prassi  la  doppia  cremazione.  Ammissioni  contestate  dalla  difesa.  Prova  di  reato  sarebbe  poi,  sempre  per  querelanti,  l’impennata  di  fatturato  del  441%  dal  2016  al  2017.  Un  aumento  esponenziale  ma  che  in  parte  si  può  spiegare  col  fatto  che  il  2016  era  il  primo  anno  di  esercizio  dell’impianto  che  aveva  lavorato  solo  su  mesi.  L’udienza  iniziata  alle  9,30  terminata  solo  dopo  le  14,  ha  visto  poi  anche,  da  parte  della  difesa  Ravetti,  mettere  in  dubbio  la  credibilità  dei  testi.  In  particolare  di  quell’ex  dipendente  da  cui  sarebbe  scoppiato  il  caso.  Sue  le  immagini  video  registrati  che  poi  sono  finiti  in  televisione  attraverso  il  servizio  delle  Iene.  Intervistato  dalla  Iena  Andrea  Agresti  il  teste  si  faceva  riprendere  di  spalle  col  capuccio  si  faceva  chiamare  Filippo.  L’uomo  con  alcuni  problemi  di  spaccio  alle  spalle,  dichiarava  che  Ravetti  avrebbero  portato  casa  la  legna  delle  bare,  precedentemente  svuotate  in  casse  di  cartone,  per  essere  poi  bruciata  nelle  stufe  di  casa,  circostanza  questa  mai  provata.  Sempre  lo  stesso  avrebbe  cercato  di  testimoniare  l’esistenza  di  un  giro  di  sostanze  stupefacenti  nella  struttura.  Insinuazioni  evidentemente  ritenute  prive  di  fondamento  dalla  stessa  Procura,  che  non  ha  proceduto.  Ora  le  parti  aspettano  di  sapere  quale  decisione  prenderà  il  Gip.  Ma  se  sarà  un  nuovo  processo  Ravetti  difficilmente  accetteranno  di  farsi  processare  da  soli  ed  è  probabile  che  chiederanno  l’imputazione  anche  dei  loro  ex  collaboratori.  Le  famiglie  con  loro  cari  cremati  che  vivono  nel  dubbio  di  chi  vi  sia  nell’urna  che  piangono  casa  nel  cimitero,  lato  un  loro  intervento,  esprimono  rammarico  per  la  convinzione  da  parte  della  Procura  di  chiedere  l’archiviazione  per  l’invito  fatto  loro  di  rivolgersi  alla  giustizia  civile,  come  se  quello  che  cercassero,  fosse  il  risarcimento  mentre,  nei  fatti,  dicono  che  è  l’ultimo  dei  loro  interessi.  Gli  interessi  economici  non  sono  però  del  tutto  estranei,  tanto  che  lo  stesso  procuratore  avrebbe  ricordato  come,  in  caso  di  risarcimento  accordato,  una  percentuale  del  20%  verrebbe  incassata  dall’associazione  di  categoria  di  riferimento. 

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