24 Gennaio 2020

Grom, Unilever chiude le gelaterie: il futuro sono i supermercati

entro marzo spariranno 7 punti vendita in italia, compresa la storica sede a torino. nei piani anche lo stop a hollywood
LA STRATEGIA ROMA Una bella storia italiana sulla via del tramonto o il rilancio di un marchio tricolore ormai saldamente nelle mani di una multinazionale? Forse i numeri daranno ragione alla nuova strategia, ma l’ anima italiana delle famose gelaterie piemontesi Grom rischia di smarrirsi. Dopo anni di nuove aperture, in pochi mesi ne stanno chiudendo parecchie: sette entro marzo in Italia (compresa la prima storica di Torino) e alcune all’ estero, iniziando da Hollywood a Los Angeles. La decisione è stata presa da Unilever, il gigante anglo-olandese da 52 miliardi di euro, che aveva rilevato la società di Torino cinque anni fa. Quei negozi affollati di bambini e famiglie e di impiegati in pausa pranzo erano un fiore all’ occhiello dell’ eccellenza italiana in un portafoglio di oltre 400 marchi super popolari, tra i più venduti nei supermercati. Dove adesso finiranno le vaschette dei gelati Grom. Appunto un cambiamento radicale di strategia, anima e immagine. Alle sedi di Unilever Italia a Roma e di Grom a Torino, la clamorosa notizia viene raccontata in modo diverso. «Non smantelliamo le gelaterie dicono – abbiamo più canali di vendita, con la missione di portare in tutto il mondo il puro e autentico gelato italiano». L’ Italia con 46 punti vendita diretti e altri 14 in partnership precisano resta il punto di forza: a fronte delle chiusure (tra queste Udine e Mestre) ci sarà presto una nuova apertura, che però non viene precisato dove. A Torino parlano di «evoluzione del modello di business e della visione che tiene conto di nuove opportunità, nuovi canali e nuove attitudini di acquisto». Tradotto in parole povere significa che Unilever intende sfruttare il brand 100 % italiano nella fascia alta del mercato dei gelati. Già presente con Algida e Magnum, muove così all’ attacco, per esempio, della marca statunitense Häagen-Dazs. C’ è chi sospetta che il disegno fosse questo sin dall’ acquisto dell’ azienda. Che comunque va detto – ha significato un incremento delle vendite del 46,7% dal 2015 al 2019. I dati di fatturato non sono ufficiali, essendo consolidati nella capogruppo, ma dovrebbero aggirarsi intorno ai 50 milioni di euro. Erano una trentina quando nel 2015 i soci fondatori Guido Martinetti e Federico Grom vendettero a Unilever. Rimasti nel board della srl, le indiscrezioni dicono che non sarebbero convinti al 100% della nuova strategia di «mettere la nostra gelateria in barattolo». LE ORIGINI Dopo aver fondato la società nel 2003, l’ avevano portata al successo puntando sulle materie prime selezionate assieme a Slow Food, sulla qualità e sull’ originale lay out produttivo: le miscele preparate nello stabilimento di Caselle, vicino Torino, vengono pastorizzate, congelate e distribuite ai negozi (da New York a Osaka, Parigi, Tokyo). In negozio il prodotto scongelato viene infine mantecato. Un procedimento che però impedisce di definire artigianale il gelato Grom, come è stato stabilito – sempre nel 2015 – dopo una diffida giudiziaria promossa dai consumatori del Codacons. Al di là della definizione, Grom è comunque l’ ennesimo marchio italiano fagocitato da giganti mondiali. Del resto, prima della vendita del 2015 a Unilever, quando una quota era anche nelle mani dei triestini del caffè Illy, non c’ era stato l’ auspicato salto commerciale. Adesso la speranza è che la nuova strategia di marketing (supermercato, chioschi e biciclette-gelato) e dicono le voci probabili imminenti contratti in Cina, incrementino la produzione a Torino e il numero degli occupati (400). Per ora c’ è solo l’ impegno dell’ azienda a non lasciare per strada i dipendenti dei negozi chiusi, cercando soluzioni persona per persona. Carlo Ottaviano © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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