2 Febbraio 2012

GRANDI MOSTRE E GENTE COMUNE  

GRANDI MOSTRE E GENTE COMUNE
  effetto tagli sulle politiche culturali.
 

 «S e cerchi una mano disposta ad aiutarti, la trovi alla fine del tuo braccio». Forse verrà il giorno in cui gli assessorati alla Cultura dirameranno come ordine di servizio questa saggia e cinica massima di Confucio a enti, istituzioni, associazioni culturali. Era stato il famigerato Quintino Sella a parlare di «economie fino all’ osso». Beh, quei tempi son forse tornati. In questo scenario gramo di ristrettezze, le grandi mostre d’ arte sembrano passate tra le varie ed eventuali. Non sarebbe più il caso nemmeno di evocarle, vista la congiuntura, ma ogni tanto l’ argomento rigurgita – evidentemente era rimasto nella strozza – e qualche siluro autorevole è partito anche da queste pagine. Mostre-evento e di cassetta, mostre blockbuster, dunque addio? L’ arte come consumo di massa, come spettacolo è inopportuna? Qualcuno ha commentato che certe mostre avrebbero la stessa logica dei cinepanettoni. Christian De Sica compagno di merende di Vincent Van Gogh, ma dai, siamo in pieno bar sport! Già mi vedo Theodor Adorno che se la ride nella tomba («ve l’ avevo detto»), mentre oltralpe il professor Marc Fumaroli ci ricorda la querelle tra virtuosi antichi e sciamannati moderni, paragonati rispettivamente alle api e ai ragni. Quali sono i termini della questione in sintesi? L’ amministrazione dell’ ex sindaco Corsini ha perseguito la valorizzazione di Brescia come città d’ arte, affidandosi all’ organizzazione di Linea d’ ombra di Marco Goldin. Obiettivo raggiunto? Direi di sì, seppur con qualche voce in passivo. Tra i meritevoli effetti collaterali, oltre al valore culturale indubbio e all’ alto gradimento, la ricaduta economica (un Pil pari a 10 euro per ogni euro speso, secondo un’ analisi della Bocconi) e il fatto che una buona parte dei visitatori (il 49%, da un’ indagine Ipsos) ha conosciuto per l’ occasione il complesso di Santa Giulia. Tutto bene, allora? Non proprio. C’ è una fronda mugugnante che si identifica con Icom (International council of museums) e le associazioni museali che chiedono di distinguere i finanziamenti per le mostre-evento effimere da quelli per le istituzioni culturali permanenti e di finanziare queste ultime con maggiore costanza e altrettanta generosità, visto il loro pubblico servizio, il loro duraturo ruolo educativo e sociale. L’ attuale amministrazione ha proseguito grandi progetti espositivi (Inca, Matisse), ma si trova a metà del guado in una situazione di oggettiva difficoltà. I Maya sono appesi a un filo, i Longobardi urgono alle porte, i pareri sono discordanti. Il momento incerto non consiglia né la fretta né tanto meno le «pause tibetane». Serve chiarezza e poiché politici, intellettuali e funzionari esprimono inevitabilmente un dirigismo, sarebbe interessante, se esistesse, consultare il Codacons della gente comune (visitatori, fruitori, negozianti, insegnanti con le scolaresche). Quelli che anche dall’ effimero traggono un input e non un output, quelli che pensano candidamente che grandi mostre e musei del territorio siano complementari e non antitetici. [email protected] RIPRODUZIONE RISERVATA.

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