25 Febbraio 2014

Governo e bankitalia approvarono il provvedimento prima della risposta obbligatoria della Bce.

Governo e bankitalia approvarono il provvedimento prima della risposta obbligatoria della Bce.

La recente ricapitalizzazione della Banca d’ Italia potrebbe tornare in alto mare. A opporsi, questa volta, non è il movimento di Grillo, che alla Camera ha fatto di tutto e di più per impedire (senza riuscirci) l’ approvazione del decreto legge sull’ Imu, che, tra le righe, contemplava anche l’ aumento di capitale della Banca d’ Italia da 300 milioni di vecchie lire a 7,5 miliardi di euro. Il disco rosso potrebbe venire invece da un ricorso al Tar del Lazio, presentato dal Codacons, che chiede l’ annullamento della delibera dell’ assemblea straordinaria della Banca d’ Italia che ha deciso la ricapitalizzazione e di tutti gli atti che l’ hanno preceduta, in quanto contrari o in violazione delle norme europee in materia. Non solo. Il Codacons sollecita il Tar a trasmettere gli atti dell’ intera vicenda alla Corte Costituzionale perché valuti l’ eventuale violazione degli articoli 47 e 97 della Costituzione. A differenza dei grillini, che per bloccare l’ operazione Banca d’ Italia (Bdi) accusarono il governo Letta di avere confezionato “uno scandaloso regalo alle banche”, il Codacons ha incardinato il ricorso su un aspetto formale, sfuggito finora ai più, una banale questione di date, che però potrebbe rivelarsi un macigno insuperabile di fronte al Tar, di solito attentissimo proprio agli aspetti formali. Stando alle date, infatti, sia l’ assemblea straordinaria della Banca d’ Italia, sia il governo Letta hanno deliberato l’ aumento di capitale della Banca d’ Italia prima di ricevere il benestare della Banca centrale europea, parere che dovevano chiedere obbligatoriamente. E proprio a seguito di questo obbligo il 22 novembre 2013 il ministro dell’ Economia, Fabrizio Saccomanni, aveva inviato alla Bce di Mario Draghi una formale richiesta di parere in merito al decreto legge che il governo stava preparando per aumentare il capitale della Banca d’ Italia. La risposta della Bce, in linea con l’ efficienza che la distingue, è giunta poco più di un mese dopo, il 27 dicembre 2013. Ma, ancora prima che arrivasse e ne fossero resi noti i contenuti, la Banca d’ Italia e il governo avevano già deliberato. Infatti in data 30 novembre 2013 il governo aveva approvato e mandato all’ esame delle Camere il decreto legge che autorizzava la ricapitalizzazione della BdI, mentre il 23 dicembre (cioè quattro giorni prima del parere della Bce) l’ assemblea straordinaria dei soci della Banca d’ Italia aveva deliberato la modifica dello statuto e l’ aumento del capitale sociale. Così facendo, sostiene il Codacons nel ricorso, l’ assemblea della Bdi avrebbe “violato le disposizioni comunitarie in tema di procedure di consultazione della Bce, e di riflesso le disposizioni comunitarie a tutela della stabilità e del buon funzionamento dell’ eurosistema”. A sostegno di questa accusa, il ricorso cita proprio un passaggio del parere inviato dalla Bce, in cui si “richiama la norma che obbliga gli Stati membri Ue a sospendere il processo di approvazione di un decreto legge nell’ attesa della ricezione del parere della Bce”. Un parere tutt’ altro che tenero, a leggere quanto riferisce Codacons. La valutazione di 7,5 miliardi del nuovo capitale sociale della Banca d’ Italia compiuta dalla banche socie sarebbe infatti il risultato di valutazioni piuttosto generose di alcuni parametri, non condivise dalla Bce. Nel suo parere, infatti, essa rileva che “una valutazione così a lungo termine in merito ai futuri dividendi nell’ arco di un periodo superiore a 20 anni implica l’ utilizzo di dati congiunturali in ordine alla quantificazione di parametri chiave. Tuttavia sarebbero auspicabili ulteriori dettagli sui presupposti quantitativi alla base della valutazione”. Rilievo di cui ovviamente nessuno, né il governo Letta-Saccomanni, né l’ assemblea delle banche azioniste della BdI, ha tenuto conto per una ovvia ragione di date. Anche se il ricorso Codacons non ne parla, è utile ricordare che insieme alla ricapitalizzazione, il decreto ha deciso su altri punti. Ogni banca azionista potrà avere non più del 3 per cento del capitale della BdI; poiché Unicredit e Intesa finora possedevano insieme il 52,4 per cento, dovranno vendere le quote in eccesso, che saranno acquistate dalla stessa Banca d’ Italia con un esborso di 3,5 miliardi di euro a vantaggio del patrimonio delle due banche. Quanto ai dividendi, solitamente pari allo 0,5 per cento dei rendimenti e degli investimenti (70 milioni l’ anno), potranno salire fino al 6 per cento (450 milioni l’ anno). Tutto ciò ha indotto il Codacons a sottoporre al Tar l’ ipotesi di una duplice violazione delle normative Ue. La prima è formale: per non avere rispettato la procedura di consultazione con la Bce, ponendo così a rischio di infrazione sia la Banca d’ Italia che lo Stato italiano. La seconda è sostanziale: per avere leso i principi comunitari in materia di libera concorrenza e di divieto di aiuti di Stato. Con chiaro riferimento al trattamento di favore che l’ operazione avrebbe riservato a Unicredit e Intesa, il tutto alla vigilia degli stress test europei sulle banche. Da ultimo, il Codacons solleva una questione di incostituzionalità, poiché a sua avviso, dopo questo decreto, in BdI vi è una “anomala e inammissibile coincidenza tra vigilante e vigilato”. Il motivo? “I 13 membri del Consiglio Superiore della BdI sono nominati dall’ assemblea dei soci, cioè dalle banche. E il Consiglio Superiore nomina Governatore e Direttorio, organi che esercitano i poteri di vigilanza sulle banche che la legge pone in capo alla BdI”. Un vero e proprio conflitto di interessi, su cui viene richiesto il giudizio della Consulta. © Riproduzione riservata.
TINO OLDAN

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