7 Aprile 2008

Gli sprechi insabbiati dell’Authority



Da qualche tempo si mormora che l’Authority per le comunicazioni abbia voltato pagina, che gli sprechi siano finiti. Pur non volendo contraddire la vulgata, si vorrebbe sapere dall’attuale presidente, Corrado Calabrò (uomo della magistratura contabile), a che punto possa essere l’indagine tesa a verificare se ci siano state irregolarità nelle spese sostenute dai precendenti commissari dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Rammentiamo che un fascicolo venne aperto dalla Procura della Repubblica di Verona nell’ottobre 2001, e trasmesso per competenza a quella di Napoli, dove ha sede l’organismo. L’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni elabora ed approva il piano delle frequenze radio e Tv, vigila sulle concentrazioni di reti e risorse, tiene il registro stampa, radio e tv e telefonia. E’ una peculiarità tutta italiana, e questo popolaccio curioso vuole ogni tanto sapere come la gente importante possa sependere i soldi pubblici.

La sede di Napoli, con i suoi 260 dipendenti e 60 contrattisti d’oro, al costo di 80 milioni di euro annui, è stata per davvero ridimensionata (speriamo chiusa)? Le chiediamo questo perché ci risulta che l’Autorità non abbia un ufficio stampa e, pur trattando comunicazione, è per statuto improntata al più forte riserbo. Il riserbo sulla comunicazione è di fatto una filosofia tutta italiana, e per davvero sembra una metafora alla Sciascia. Forse hanno ragione quando dal Codacons tuonano “in cosa ha mai mafiato questo paese per dover sopportare tanta omertà sulla comunicazione”. Nel panorama europeo, l’Autorità italiana è considerata atipica, perché chiamata a vigilare su televisione e telefonia. Negli altri Paesi questo non accade, si parla infatti di single Authorities, anche se Svizzera e Finlandia sono pronte a fare i primi passi verso l’unificazione dei compiti.

Ma la nostra curiosità punta sui venticinque piani per sessantadue dipendenti. Cioè vorremmo nuove sull’indagine avviata nel 2003 dalla procura di Napoli su sprechi, abusi, assunzioni, promozioni, spostamenti e stipendi all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Quella che lei oggi presiede (con sedi a Napoli e Roma). Le rammentiamo che una prima indagine sull’Authority ha avuto origine l’undici luglio 2001, quando un dipendente, “costretto a non far niente”, presentò un esposto al procuratore capo di Verona Guido Papalia, che lo trasmise per competenza a Napoli, dove arrivò nella primavera dell’anno successivo. Il procuratore Agostino Cordova lo assegnò all’aggiunto Giuseppe Maddalena ed al sostituto Alfonso D’Avino. Dell’esposto poi si è persa traccia. Anche se con voce seriosa ci viene ufficiosamente detto che, nel più stretto riserbo, la magistratura ancora indaga.

Alle stesse conclusioni addivenne Gianluca Marchi, che all’epoca lavorava per il quotidiano Libero. L’inchiesta di Marchi prendeva le mosse dall’esposto presentato alla procura di Verona. Per quindici giorni Marchi ha bombardato l’allora presidente Cheli ed i commissari sulle spese d’oro dell’Autorità, sui ricchi consulenti e sulle rispettive amichette hostess assunte poi come dirigenti dell’Authority. Ma nulla s’è mosso ne è trapelato. L’Authority è un muro di gomma, anche buono, infatti non ha mai querelato. “I responsabili dell’Authority hanno deciso di non presentare querela contro Libero – faceva sapere la dirigente Francesca Tempestini – quanto all’indagine interna mi dicono che non possiamo comunicarne i risultati perché coperti dal segreto istruttorio”.

Caro presidente Calabrò, ma il riserbo a cui è tenuta l’Authority è tanto ferreo da non prevedere nemmeno di salvare le apparenze con un ufficio stampa che faccia anche solo la mossa d’informare? Infatti ci risulta che da quando non c’è più Angrisani alla guida dell’ufficio stampa (epoca Cheli) l’Authority non lascia traccia alcuna. In epoca Cheli trapelava che a Napoli lavorano 102 unità, 114 a Roma, e 40 facevano parte degli staff dei commissari. Ed a questo punto vorremmo sapere se a Napoli l’Authority è ancora ospitata al Centro direzionale nella Torre Francesco, uno dei due grattacieli (l’altro è Torre Gaetano) di proprietà della srl Sises, che fa capo all’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero e del Mattino.

Inizialmente i piani fittati erano diciotto (dal diciassettesimo al trentaquattresimo), ma rapidamente ne vennero locati altri sette, dal decimo in su. Oltre ai venticinque piani da 602 metri quadri ognuno, l’Authority locò un parcheggio da 66 posti auto, una deposito chiuso di 152 metri quadri e la zona atrio ingresso agli uffici sita al piano terra, comprensiva di due locali per il controllo degli accessi. Più di 15 mila metri quadrati. Vogliamo credere che la sua visione da magistrato contabile l’abbia spuntata con il più grande spreco, l’Authority per le comunicazioni.



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