24 Giugno 2019

Gli enti inutili crescono rigogliosi

carrozzoni eterni
BRUNELLA BOLLOLI Ci sono gli enti pubblici vigilati, le società partecipate, i consorzi, le comunità montane, le fondazioni, le associazioni in difesa di qualcosa o di qualcuno, le agenzie, gli istituti, i comitati e i centri che si occupano di materie varie. Premettiamo: una volta erano molti di più, un vero poltronificio creato per parcheggiare e sfamare generazioni di impiegati. Poi si sono susseguiti i governi e ognuno ha annunciato: «Basta, chiudiamo questo inutile carrozzone», salvo poi rimangiarsi la parola al momento buono. Guardate le province, enti territoriali di secondo livello con sede, costi e personale. Le hanno abolite? Ma quando mai. Al massimo le hanno accorpate o rinominate: adesso le più grandi si chiamano “città metropolitane” e di amministrazioni provinciali ne restano 80. Si obietterà: per eliminare le province bisognava cambiare la Costituzione, tramite referendum, e sappiamo com’ è andata il 4 dicembre 2016. Ma per tanti enti pubblici la strada verso la chiusura sarebbe più facile e anche auspicabile, considerato che il debito pubblico italiano ha raggiunto i 2.373 miliardi di euro e non si vede l’ utilità, nel 2019, di mantenere certi istituti che costano allo Stato, cioè al contribuente, una cifra tra i 7 e i 10 miliardi di euro l’ anno e, a parte la tradizione, non portano ricchezza né investimenti al Paese, casomai una dose di nostalgia per il passato andato. Per risparmiare toccherebbe liquidare tali enti, peccato che il processo di liquidazione duri anni se non decenni e nel frattempo alcune di queste piccole o grandi realtà mangiasoldi vengono rianimate, accorpate, resuscitate con nomi diversi e dirigenza aggiornata: resistono. Molto è stato fatto dall’ allora ministro per la Semplificazione, il leghista Roberto Calderoli il quale, nel 2008, prima del commissario alla spending review, ha puntato il dito contro queste «sanguisughe» e ha individuato 1.621 enti da eliminare perché «dannosi». OBIETTIVI MISTERIOSI Anche Mario Monti voleva sforbiciare, per non parlare dei Cinquestelle, nemici della casta e del clientelismo solo quando conviene a loro. Di recente, il Codacons ha stabilito che sono ancora attivi 500 enti che pesano sulle casse dello Stato come ingestibili residuati bellici. Ora, si sa che pure chi ci governa a volte inciampa nei congiuntivi e fatica ad avere un rapporto armonico con la sintassi, però l’ Unione nazionale contro la lotta all’ analfabetismo (Unla) suona un po’ anacronistica per i tempi in cui viviamo. Eppure, questo ente accreditato presso il ministero dell’ Istruzione e della Ricerca, fondato nel 1947 e con sede a Roma nel centralissimo corso Vittorio Emanuele, è aperto tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18, ed è così particolare che, recita il sito, «si occupa principalmente della progettazione e della realizzazione di Progetti Speciali». Cosa sono questi “progetti speciali”? Leggiamo ancora dal sito. «Quell’ insieme di iniziative tra loro articolate che si dipanano attorno ad un obiettivo comune con metodologia e mezzi specifici scelti oculatamente ed in relazione ai fini prefissati nonché agli ambiti di azione dei progetti stessi mirati alla tutela e recupero del territorio e dei beni culturali, alla realizzazione delle biblioteche, a corsi di aggiornamento rivolti ad operatori scolastici, all’ educazione e formazione professionale specie nel campo dell’ agricoltura». Forse è una sorta di università della terza età? Avremmo voluto chiedere lumi al presidente (onorevole) Vitaliano Gemelli, già deputato europeo, ex Dc, ma il telefono di Unla è sempre suonato libero. Risalente al 1907 è l’ Istituto nazionale di beneficenza Vittorio Emanuele III, anch’ esso con sede a Roma, fondato con regio decreto per «esercitare funzioni di assistenza a favore degli ufficiali pensionati delle Forze armate e della Guardia di Finanza o dei loro familiari». In pratica era una sorta di opera pia nata per dare sussidi (denaro) agli ufficiali in pensione e ai loro parenti, compresa l’ assistenza compiuta attraverso la gestione di una casa di riposo a Sanremo. La sua natura giuridica, poi, è mutata e l’ Istituto, nel 2010, è stato trasformato in fondazione di diritto privato (l’ articolo 4 stabilisce che la Fondazione si finanzia con entrate proprie senza oneri per le casse pubbliche) e i suoi compiti di vigilanza sono stati trasferiti dal Ministero dell’ Interno a quello della Difesa. Regione che vai, tradizione che trovi. A Venezia vogliono tutelare la gondola e il gondoliere, che per i veneziani è un servizio pubblico come guidare l’ autobus, infatti è attiva l’ omonima Istituzione, con un apposito consiglio di amministrazione formato da cinque persone, quattro dipendenti comunali che vi lavorano a tempo parziale e una direzione che, fino a pochi anni fa, amministrava anche i fondi del Comune in merito al servizio di traghetto da parada. Ora l’ attività è meno gestionale e più di carattere culturale, del resto c’ è il museo della gondola a cui pensare e una storia secolare da raccontare. I gondolieri non ci stanno a parlare di sprechi: «Noi con le nostre gondole attiriamo turisti da tutto il mondo e abbiamo un ruolo fondamentale, altro che abolirci». Scendendo in Puglia, ha fatto discutere l’ ente autonomo Fiera dell’ Ascensione di Francavilla Fontana nel Brindisino, una sorta di esposizione campionaria che si svolge nel mese di maggio con canti, balli, musica “sudata” dal sud e sbandieratori. «Un ente inutile», secondo il Codacons, mentre per la Regione Puglia, Camera di Commercio e Comune la festa è sacra e non si tocca. Ma il paradosso della Fiera dell’ Ascensione è che perfino lo stesso presidente dell’ ente, Donato De Carolis, poi nominato commissario straordinario, dopo essere finito più volte nella black list del carrozzone di Stato, abbia allargato le braccia: «Sogno di andare a casa, si sbrighino a chiudere questo ente, è medievale. Il mio incarico era per 6 mesi, sono rimasto 6 anni. Basta!». Lui, solo, nella sede pagata con soldi pubblici, ma senza più un dipendente (tutti in pensione). E se in Trentino Alto Adige i ladini hanno il loro Istituto storico per l’ identità della lingua, in Piemonte, una regione molto attenta ai problemi del mondo sottosviluppato, resiste il Centro piemontese per gli studi africani e in Campania è attivo l’ Ente per lo studio dei materiali plastici per i poteri di difesa dalla corrosione, per non parlare dell’ Istituto regionale del Vino e dell’ Olio, di quello per l’ Incremento Ippico in Sicilia, del museo degli usi e costumi della gente trentina, della Scuola archeologica italiana di Atene nonché dell’ Istituzione comunale Marsala Schola. Per carità: non è che siano tutti pieni di sfaccendati, saranno pure oberati di lavoro, solo che nessuno lo sa. PER IL TERRITORIO Spulciando gli elenchi sul sito dell’ Istat, contiamo almeno 153 comunità montane, ognuna delle quali ha un Cda e viene foraggiata da contributi pubblici (e meno male che alcune dopo lo scandalo degli anni scorsi sono state chiuse); 63 bacini imbriferi, 91 consorzi di bonifica. Alla voce “Enti produttori di servizi assistenziali, ricreativi e culturali” troviamo la mitica Accademia della Crusca, che si occupa del rispetto della lingua italiana e di recente ha sdoganato termini come «petaloso» e ha detto che certi verbi come scendere, salire, uscire ed entrare possono essere usati in forma transitiva. L’ Accademia ha dipendenti, consulenti e conti non proprio in ordine, ma almeno si fa sentire più del Cuia (Consorzio Interuniversitario italiano per l’ Argentina), del Seps, dell’ Indam, dell’ Inapp, dell’ Inmp, del Cinid o dell’ Indire. È tutto un proliferare di sigle e acronimi per lo più ignoti ai contribuenti, che magari non sanno dell’ esistenza della Uits (Unione italiana Tiro a segno) o dell’ incorporazione dell’ Ales (Arte, lavoro e servizi) con l’ Arcus (arte, cultura e spettacolo). Per la tutela del territorio, guai a voler smembrare l’ Istituto Regionale per le Ville Tuscolane (Irvit), o l’ Agenzia per la rappresentanza negoziale della Sicilia. A dire la verità, molti di questi vituperati istituti sono in liquidazione, ma visto che siamo in Italia si va per le lunghe. E dire che per velocizzare la pratica, nel ’56 era stato creato l’ Iged, Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti, che con i suoi 14 uffici, 14 dirigenti e un centinaio di funzionari costava circa 50 milioni di euro l’ anno. Peccato che dal 2002 l’ Iged è impegnato nella liquidazione di se stesso e gli enti che doveva abolire sono ancora quasi tutti attivi. riproduzione riservata Sergio Mattarella alla riunione annuale del Cnel, uno dei simboli degli “enti inutili” che a parole tutti vorrebbero abolire (LaPresse)

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