10 Agosto 2021

Giustizialismo mediatico: anche per il Codacons è il vero fascismo di cui si dovrebbe parlare e avere davvero paura

«Gli squadristi facevano così. Andavano in sette otto, prendevano un avversario solo solo e lo bastonavano con ferocia. I giornalisti del Fatto e di Repubblica hanno fatto la stessa cosa con Renato Farina. Per invidia, credo: Farina è molto migliore di loro». Lo ha scritto Piero Sansonetti in un suo tweet di lancio dell’articolo pubblicato oggi sul Riformista. Il titolo corrisponde alle aspettative di chi scrive: «Farina Linciato, ora i nomi dei giornalisti al servizio dei pm».

Ho poco meno di mezzo secolo di esperienza in questioni legate all’informazione giudiziaria. Certamente degenerata negli ultimi tre decenni. E trovo nella richiesta di Sansonetti, uomo di sinistra, la propria vecchia e immutata stima per la sua onestà intellettuale e professionale. Pur non avendo esitato a manifestarne pubblicamente il dissenso, quando ho ritenuto doveroso farlo. Nonostante offra spesso, e liberamente, la mia firma al Riformista. Neppure io, convintamente antifascista come Sansonetti, avendo giurato due volte fedeltà alla Repubblica, assieme all’osservanza della Costituzione e delle leggi repubblicane, temo il fascismo dei vari Casapaound.

Temo invece più reali e pericolose forme di autentico fascismo post moderno. Ben descritte da Sansonetti, riferendosi al linciaggio mediatico subito dall’indifeso e isolato Renato Farina. Giornalista che non conosco personalmente. Mentre conosco invece tanti altri giornalisti che, portavoce più o meno occulti delle procure, hanno fatto in tale modo carriere spesso folgoranti. Al pari di tanti magistrati, e anche appartenenti alle forze dell’ordine, delle quali ho io stesso fatto parte, che hanno costruito le loro unicamente sul triangolo incestuoso e cancerogeno per la democrazia e le libertà fondamentali: PM-Polizia Giudiziaria-Media.

Sansonetti parla di almeno un migliaio di giornalisti al servizio delle procure. E persino di un centinaio di giornalisti che, secondo lui, hanno collaborato e addirittura ancora collaborano coi servizi segreti. Cosa che, come per i preti, se fossero a libro paga, sarebbe vietata dalla legge.

Qualche anima candida mi ha obiettato: se Sansonetti ne conosce i nomi li faccia, oppure taccia per sempre.

Gli ho risposto che basterebbe leggere il Riformista per sapere che lo fa da tempo. Mentre di chi continua a credere di essere un giornalista investigativo limitandosi a pontificare sul povero Farina e aspettando che altri scrivano sulle tante altre complicità giornalistiche con procure e servizi, perché lui non lo sa, penso solo due cose. O che é in malafede o che vive col prosciutto sugli occhi. Tertium non datur. E nessuna delle due cose è degna di vero giornalismo. A prescindere dal possesso del tesserino di iscrizione all’ordine e dalla frequenza delle troppe scuole di giornalismo. Mestiere che un tempo, come quello dello sbirro, si imparava soprattutto consumando le suole. Non dietro uno schermo a copiare e incollare, spesso fuori contesto, i verbali e le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e ambientali delle indagini preliminari. Che in altri paesi civili nessuno si sognerebbe di poter fare. Il vero giornalismo investigativo dovrebbe stare nella capacità di fare le pulci a tutto e tutti. Senza essere il portavoce occulto di niente e nessuno. Almeno quando non lo si è ufficialmente e alla luce del sole.

Anche il Codacons, la principale associazione a difesa dei consumatori, è da tempo sceso in campo per una giustizia giusta. Che non può prescindere da un’informazione corretta. E da un giornalismo che sia il vero cane da guardia delle libertà e dei diritti dei cittadini. E non il cane obbediente ai piedi del padrone del momento.

Abbiamo voluto chiedere un suo commento in proposito. E ci hanno risposto tramite Claudio Cricenti, responsabile dell’ufficio Legale.

Avvocato Cricenti, i giornalisti, per legge, non possono lavorare per i servizi di sicurezza. Ma non dovrebbero neppure essere i portavoce di fatto delle Procure, come denuncia Sansonetti. Qual’é al riguardo la posizione del Codacons?
Siamo assolutamente d’accordo con Sansonetti. E purtroppo abbiamo dovuto denunciare diversi episodi spiacevoli di connivenza tra giornalisti e potere. I consigli regionali dell’ordine dei giornalisti archiviano tutto. Applicando il principio del “cane non mangia cane”. E approfittando della legge che non consente se non al procuratore generale di appellare le archiviazioni.

Ci può fare un esempio?
Un giornalista Vip del Corriere della Sera da noi denunciato per presunte scorrettezze deontologiche ha subito incassato la sua brava archiviazione. E si é vendicato presentando una querela per diffamazione contro l’associazione. Il Pm, più veloce della luce, ha subito avviato il procedimento contro di noi. Manco fossimo stupratori seriali.

I consumatori lo sono anche di informazioni. Quale ruolo vuole avere ed ha il codacons a difesa dell’informazione e contro le fake news?
Lottiamo per eliminare la giurisdizione domestica disciplinare. Sia di giornalisti che dei magistrati.

Cosa pensa il Codacons dei due pesi e delle due misure denunciate da Sansonetti? É noto che molte carriere di magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e giornalisti siano state create da un perverso triangolo di reciproci scambi di favori. Cosa intende fare il Codacons a tutela del cittadino consumatore di informazione, oltre che di giustizia giusta?
Istituiremo, dopo lo sportello “sos malagiustizia”, lo sportello “sos malainformazione”. Ma serve cambiare la legge che è fatta per le categorie professionali. E non tutela i fruitori dell’informazione: i consumatori.

Pensa che il referendum sulla giustizia giusta, sostenuto dal Codacons, possa avere un impatto positivo anche su un’informazione non disinformante?
Se i magistrati saranno responsabili dei loro errori anche l’informazione, oggi succube per paura delle caste, ne trarrà vantaggio.

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